La Turchia sotto i colpi del terrore: i motivi di una duplice matrice

Quello all’aeroporto “Ataturk” è l’ultimo degli attentati avvenuti in terra turca. Il quindicesimo da giugno 2015, il settimo dall’inizio dell’anno in corso. Le ragioni di questa escalation di violenza e distruzione sono da ricercare direttamente nelle pieghe delle relazioni interne e internazionali portate avanti dalla repubblica turca di Recep Tayyid Erdogan.

A partire dalla ripresa della guerra interna con il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, dopo la flebile tregua del 2013. L’attentato di Suruc del luglio 2015 per mano dell’Isis, ai danni di giovani attivisti curdi, ha riacceso le tensioni tra il governo e il partito che era di Ocalan. Il Pkk, per l’occasione, ha accusato Erdogan di non fare abbastanza per difendere la popolazione curda, piuttosto di favorire l’ingresso in Turchia degli jihadisti. Accuse a cui Erdogan ha risposto con forza, anche per ragioni meramente politiche, dati i deludenti risultati alle elezioni del giugno precedente. Il presidente ha deciso così di usare il pugno duro, bombardando e attaccando militarmente le postazioni del Pkk. Non sorprende quindi, che almeno la metà degli attentati dell’ultimo anno siano opera dell’organizzazione curda o delle sigle ad essa collegata.

E pensare che a scatenare nuovamente la lotta interna è stato un attacco ai danni dei curdi da parte dell’Isis. Proprio lo stesso, a cui sembra essere imputabile, il recente attentato all’aeroporto di Istanbul. Già sembra, visto che di rivendicazioni ufficiali nessuna traccia, ma gli indizi e le modalità non lasciano spazi a dubbi. Trentasette per ora gli arrestati, sospettati di aver collaborato all’organizzazione dell’attacco. “Gli indizi puntano al Daesh”, aveva dichiarato il premier, Binali Yildirim, ai giornalisti, una volta recatosi allo scalo turco. Tesi confermata dal direttore della Cia. “Ci sono i segni distintivi della depravazione dello Stato Islamico”, ha confermato John Brennan durante una riunione al Council on Foreign Relations. Le dinamiche appaiono tipiche dell’azione terroristica del Daesh. Tre gli uomini in azione. Un kamikaze ariete si fa esplodere, scatenando il caos, e che, così facendo, ha aperto la strada agli altri due, che hanno potuto completare la carneficina all’interno dello scalo.

D’altro canto, il rapporto tra la repubblica turca e l’Isis è sempre stato di difficile lettura, al di là del fatto che entrambi abbiano in Bashar Assad un nemico comune da sconfiggere. In passato, ha fatto discutere la pubblicazione di alcuni video che attestavano traffici commerciali di petrolio e armi tra Ankara e il Califfato, con conseguente oscuramento e punizione per chi l’avesse reso noto. Un affare per singoli contrabbandieri, ma anche per organizzazioni strutturate, a dimostrazione di un certo benestare governativo. In generale, comunque, Erdogan è stato fortemente criticato per la sua eccessiva neutralità nei confronti del Califfato. Ai fatti emergevano delle pericolose contiguità tanto commerciali, quanto militari, come la volontà comune di perseguire il Pkk e i curdi. A far discutere era anche la libertà concessa agli jihadisti, provenienti dall’Europa di entrare nei territori di guerra della Siria e dell’Iraq tramite il territorio turco.

Adesso, invece, la storia sembra aver preso una piega differente. Cosa è cambiato? Nello specifico, l’atteggiamento, sicuramente più incisivo, della Turchia nella lotta al terrore. In tempi anche piuttosto brevi. La concessione, prima negata, della base di Incirlik agli Usa, il progressivo smantellamento dei campi di reclutamento pro Isis, e soprattutto una strategia militare d’azione, fatta di bombardamenti alle diverse postazioni jihadiste al confine e non. Tutti elementi che sono dimostrazione di un deciso e diverso cambio di passo di Erdogan, a cui hanno fatto seguito i riavvicinamenti con Russia e Israele, nemici anch’essi del Califfato, ponendo, forse, la parola fine alle annose questioni da un lato dell’abbattimento dell’aereo russo da parte di Ankara e dall’altro dell’affondamento da parte israeliana della nave turca. Da qui, la reazione dello Stato Islamico contro chi appariva una sorta di “alleato nascosto”. Un’azione che sa di avvertimento quella lanciata da Raqqa. Senza firma ufficiale, però, perché in fondo la rivendicazione apparirebbe come un segnale distintivo di guerra contro Ankara. E per l’Isis questa sarebbe alquanto deleteria, considerata l’importanza strategica negli spostamenti dei foreign fighters e dei miliziani tramite il territorio turco, diventato un canale di collegamento nevralgico nel raggiungimento della nemica Europa.

Erdogan sembra aver girato le spalle allo Stato Islamico, così facendo, rompendo, o quanto meno ha tentato di farlo, un isolamento internazionale che comunque rimane. L’attesa occidentale a pronunciarsi in favore del presidente nelle convulse ore del golpe, poi fallito, del 15 Luglio, confermano che una certa distanza tra Ankara e gli altri attori internazionali resta. A trarne vantaggio non può che esserne nuovamente l’Isis. Perché la complessa e radicalizzata situazione interna e le tensioni con Washington e alleati potrebbero spezzare la ritrovata collaborazione sul fronte antiterroristico di Ankara. Un cattivo presagio, soprattutto per l’importanza strategica di collegamento che la Turchia riveste nelle dinamiche mediorientali.

Mario Montalbano


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