Palermo “città migrante”: ne avvertiamo il significato?

Palermo, città mediterranea in Europa è stata ed è una città migrante, migrante nelle sue strutture, nei suoi costumi, nei colori e suoni. Palermo è una città migrante rimasta senza migranti durante un tempo non lontano di soffocante egemonia integralista, intollerante, mafiosa. Oggi siamo grati a tanti migranti che venendo e vivendo a Palermo hanno restituito armonia tra monumenti e persone umane, un’armonia che presuppone e sollecita una dimensione comunitaria senza egoismi, senza indifferenza senza integralismi. La mobilità umana internazionale, inarrestabile perché fondata sui diritti inalienabili quale la libertà e vita, non è soltanto un diritto umano, è anche uno straordinario contributo di umanizzazione della globalizzazione, della solidarietà, efficace alternativa e contrasto alla globalizzazione dell’indifferenza quale denunciata da Papa Francesco.

Non si vuole parlare di incontro diffidente o accoglienza indifferente, ma di un superamento di ostacoli, per lo più di natura ideologica, che la società stessa crea al suo interno per un perverso “sistema di difesa”.

Partiremo dalla grande lezione di Norberto Bobbio nel suo scritto “La natura del pregiudizio” : I pregiudizi collettivi sono quelli condivisi da un gruppo sociale. La pericolosità di tali credenze dipende dal fatto che molti conflitti fra gruppi, che possono anche degenerare nella violenza, derivano dal modo distorto con cui un gruppo sociale giudica l’altro, indirizzato all’incomprensione, alla rivalità, all’inimicizia, al disprezzo, ecc. L’identificazione col proprio gruppo fa sentire l’altro come diverso o addirittura come ostile. La conseguenza principale del pregiudizio di gruppo è la discriminazione. Quest’ultimo termine significa qualche cosa di più che differenza o distinzione, perchè viene sempre usata con una connotazione negativa. Possiamo dire che per “discriminazione” s’intende una differenziazione ingiusta o illegittima, poichè va contro il principio fondamentale della giutisizia “tutti devono essere trattati in manera eguale poichè sono tutti uguali gli uomini”.

Altro grande contributo proviene da Alessandro Dal Lago, che invita a riflettere sugli effetti del pregiudizio sociale: Al complesso discorso sull’immigrazione appartengono luoghi comuni come l’immediato accostamento di migrazioni e questioni di sicurezza, ma anche, appunto, la retorica gommosa del multiculturalismo. Ammesso che i paesi di destinazione dei migranti abbiano una cultura, si assume non tanto che i migranti siano esseri che agiscono in base a riferimenti culturali (il che è ovvio), ma che rappresentino la loro cultura, e quindi siano una specie di cultura in movimento. Dappertutto spuntano manifestazioni alle “culture migranti”, ma sono gli esseri umani che migrano, non le culture. Potrà sembrare una questione di lana caprina, ma la differenza è fondamentale. Un soggetto, per quanto dotato di un suo rapporto con qualche cultura, si sposta e quindi, in misura diversa, cambia. Magari resta islamico per certi aspetti, se lo è, ma può avere convinzioni democratiche o no, laiche o no ecc. A parte il fatto che inevitabilmente finirà per condividere alcuni aspetti della “cultura” in cui finisce, quello che conta è che un essere per definizione mobile come un migrante viene inchiodato alla bizzarra definizione di microcosmo culturale, di un cultural dope.

I mezzi di comunicazione di massa, come sostiene nel suo libro “Non persone”, alimentano continuamente il panico sull’invasione della nostra realtà da parte di immigrati provenienti dal Terzo mondo, capaci non solo di esportare una “nuova cultura”, ma di rubare il lavoro o di far parte della criminalità comune, nella retorica più pigra intellettualmente. Non si tratta però di una visione dei soli media, ma di un più complessivo atteggiamento di chiusura della società verso gli stranieri, trasformati in nemici sociali attraverso la doppia spirale di panico ed esclusione. L’azione discriminatoria oltre che essere fortemente anti-sociale – e anche virale visto che si parla di qualcosa, l’opinione pubblica, che può essere soggetta a stravolgimenti rapidi – è inoltre direttamente messa in atto dalla legge.

Se la legge è il prodotto di usi, costumi, consuetudini sociali e valori consolidati, spesso è invece la causa stessa di nuove concezioni e nuove visioni. Così il termine improprio clandestino – ricordiamo, contenuto nel pacchetto Sicurezza approvato nel Luglio 2009 – crea consenso, paura e approvazione sulla difficile questione degli immigrati. Inesatto il termine che connota come “nascosto” ed “elusivo” il viaggio alla luce del sole dei ricercatori di nuove speranze. Ignorando il traffico internazionale di documenti falsi – grazie al quale una grossa fetta dell’immigrazione viaggia in aereo – si parla di sbarchi e di emergenza come accecati dal bisogno di respingere i fuorilegge, perché chi scappa dalla fame o dalla guerra non è più un essere umano, ma un caso di illegalità. E dunque da rimuovere a priori. Nell’Europa che vogliamo deve esistere una spaccatura profonda tra un Noi e un Loro in nome della propria terra e in difesa della cittadinanza? Esiste un’infinita retorica che ne giustifica le ragioni (ammesso che ce ne siano). Ma dobbiamo comprendere che la migrazione è l’attitudine più intima e profonda nella storia dell’umanità: la ricerca della libertà e della felicità.

Daniele Monteleone


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