La politica economica sotto la presidenza di Barack Obama

“The New Deal gave the laid-off worker a guarantee that he could count on unemployment insurance to put food on his family’s table while he looked for a new job. It gave the young man who suffered a debilitating accident assurance that he could count on disability benefits to get him through the tough times. A widow might still raise her children without the indignity of charity. And Franklin Roosevelt’s greatest legacy promised the couple who put in a lifetime of sacrifice and hard work that they could retire in comfort and dignity because of Social Security”. (Barack Obama, National Free Press, 26 Aprile 2005)

Questa breve citazione è tratta da un discorso del futuro Presidente mentre era semplicemente un senatore dell’Illinois. Da queste poche parole è possibile evincere in nuce, con largo anticipo, le idee economiche e le politiche che caratterizzeranno la sua presidenza. Molta della politica economica statunitense è poco comprensibile se non si mette a fuoco con la più grossa crisi economica dalla Grande Depressione. Da questo punto di vista la presidenza di Obama nasce già segnata: la sua campagna elettorale e la sua elezione avviene durante l’esplosione della bolla immobiliare e il crollo dello shadow banking system americano. Le prime misure dopo la sua entrata in carica ufficiale (20 Gennaio 2009) riguardano la materia economica e, dal punto di vista intellettuale e accademico soprattutto, sono di totale rottura rispetto alle ricette precedenti, siano esse di stampo repubblicano o democratico.

In questo articolo non verranno prese in considerazione le politiche monetarie espansive messe in campo dalla Federal Reserve che hanno accompagnato con decisione la politica fiscale della presidenza Obama. In particolare è necessario sottolineare come molta della spesa pubblica fatta dall’amministrazione centrale sia stata finanziata dalla Banca Centrale, e come le politiche di tassi zero e l’alleggerimento quantitativo (Quantitative Easing) abbiano facilitato il compito dell’amministrazione Obama.

Prima di addentrarsi negli atti politici della presidenza è necessario sottolineare come, in anni precedenti, sostanzialmente a partire dalla reaganomics, molte delle idee economiche a sostegno della macchina dello stato sociale fossero state superate, quasi buttate come arnesi vecchi non adatti all’economia contemporanea. Il trionfo di politiche economiche liberiste è sostanzialmente bipartisan, avviene sia con presidenze repubblicane (Bush padre e figlio), sia sotto presidenti democratici, in particolare durante la presidenza Clinton. La crisi economica e le posizioni economiche del Presidente Obama fanno risorgere le vecchie politiche keynesiane, pur se con profondi contrasti e resistenze da parte dell’establishment economico.

Date le premesse, il primo atto politico è un forte stimolo all’economia americana, ottenuto con l’emanazione dell’American Recovery and Reinvestment Act, il 17 febbraio del 2009. Questo pacchetto di misure prevede investimenti e stimoli, soprattutto per sostenere e controbilanciare il forte declino della domanda interna. Le cifre sono impressionanti: oltre 700 miliardi di dollari cui andavano sommati gli effetti indotti. L’accoglienza di questa legge non è molto calda: viene attaccata da entrambi i lati, sia da economisti su posizioni keynesiane che neoclassiche. Al riguardo fece un certo scalpore l’attacco effettuato da Paul Krugman che riteneva la legge non sufficiente a contrastare il calo di domanda, e la bollò come semplicemente inadatta. A questo primo stimolo ne segue un secondo di dimensioni simili a distanza di un anno, il Tax Relief, Unemployment Insurance Reauthorisation, and Job Creation Act, firmato nel dicembre 2010. Con questa legge Obama conferma molti dei tagli fiscali (quasi tutti) della presidenza Bush e ricalibrando la legge come ulteriore stimolo ai consumi interni e alla creazione di posti di lavoro. Non indifferente dal punto di vista economico è anche la Patient Protection and Affordable Care Act (marzo 2010), conosciuta comunemente come Obamacare che, con la sua emanazione, permette di rafforzare la spesa e di stimolare ulteriormente i consumi. Gli stimoli hanno un discreto successo arrestando la recessione e riportando il PIL in positivo già nel 2010 (+2,5%). Dal punto di vista dell’occupazione i risultati sono a luci ed ombre: viene fermata la caduta di posti di lavoro ma il tasso di disoccupazione rimane invariato. Un ultimo provvedimento che è necessario citare è il Dodd-Frank Wall Street Reform Act. Con questo provvedimento la presidenza cerca di correggere alcuni degli squilibri in materia regolamentare venuti fuori dalla crisi dei mutui sub-prime. In particolare viene riformato il settore bancario e viene posto un “limite” all’uso dei derivati da parte degli istituti.

Questa linea di politica economica tesa ad un aumento degli investimenti per sostenere la domanda aggregata, viene sponsorizzata anche a livello internazionale con alterne fortune. In un primo tempo sembra attecchire, soprattutto nelle due riunioni del G20 di Londra e Pittsburgh del 2009, dove sembra appalesarsi un accordo per un coordinamento delle politiche di spesa in modo da mettere in campo un traino per la domanda a livello globale. A partire dal 2010 le condizioni internazionali cambiano e le due sponde dell’Atlantico divergono sulle ricette di politica economica: in Europa, sotto la forte spinta tedesca, si fanno largo politiche di consolidamento fiscale di posizione diametralmente opposta a quelle mantenute negli USA.

Le elezioni di midterm rappresentano un grosso scoglio in materia economica. La perdita di maggioranza alla Camera comporta per il Presidente la necessità di negoziare le sue ricette di politica economica con l’opposizione che, contrariamente alla tradizione statunitense, mostra una discreta durezza nei confronti delle iniziative di Obama. I primi nodi cominciano con la necessità di approvazione da parte del Congresso degli sforamenti di deficit effettuati dall’amministrazione. Dopo lunghe trattative si riesce a raggiungere un’intesa bipartisan sullo sforamento del deficit previsto dal Budget Control Act del 2011. Il picco avverrà però l’anno successivo nella “disfida” sul cosiddetto fiscal cliff, avvenuto per altro in un anno di elezioni presidenziali (2012). Il “baratro fiscale” è risultata una delle maggiori sfide dell’amministrazione Obama. Riassumendo per sommi capi nel 2012 venivano a scadenza tutte le agevolazioni fiscali e i tagli fiscali messi in campo dalle riforme degli ultimi anni. In caso di mancato prolungamento o di una rimodulazione di questi stimoli le previsioni si facevano fosche con la possibilità di una nuova recessione. A seguito di lunghe trattative e dopo avere vinto la corsa per il secondo mandato, Obama ottiene l’approvazione del Congresso su un prolungamento di molte delle misure precedenti, riuscendo al contempo a rimodulare la pressione fiscale verso l’alto. Il 2 Gennaio del 2013 viene emanato l’American Tax Payer Relief Act nel quale sono previste le rimodulazioni della tassazione. In particolare viene aumentata la tassazione sui capital gain e al contempo hanno fine molte delle esenzioni fiscali verso i redditi maggiori. La legge prevede inoltre l’aumento delle tasse sul patrimonio e un aumento lieve della tassazione sul lavoro dipendente.

Dopo l’approvazione di queste misure, il secondo mandato del Presidente Obama non contiene ulteriori forti riforme in materia economica. L’unico progetto degno di una certa attenzione sono le trattative iniziate nel 2013 per la creazione del Trattato Transatlantico sul commercio e gli Investimenti, comunemente noto come Transatlantic Trade and Investment Partnership o TTIP. Al riguardo le notizie sono alquanto confuse e per quanto, in linea teorica, la creazione di una area di libero commercio possa essere definita qualcosa di favorevole, la realtà è che la massima che “il diavolo è nei dettagli” probabilmente non è peregrina in questo caso.

In conclusione, nel valutare i mandati del Presidente Obama si dovrebbero verificare alcuni dati economici come il PIL, il tasso di disoccupazione, il deficit pubblico, il debito pubblico. Mentre i primi due dati hanno andamenti lusinghieri durante l’amministrazione Obama, col tasso di disoccupazione tornato al 5% circa e il PIL in crescita, la politica fiscale espansiva ha messo sotto pressione gli altri due dati con un continuo deficit pubblico e il debito pubblico in crescita. Quella che è fuori di dubbio, è la capacità che hanno mostrato gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Obama di riprendersi dalla più profonda crisi economica dalla Grande Depressione, nella quale la vecchia Europa continua, con alterne vicende, a dibattersi. Comunque la si pensi, in materia economica la Presidenza di Barack Obama è stata di profonda cesura con le precedenti e le ricette keynesiane applicate hanno dato un grosso scossone non solo nel suo paese ma anche nelle aule universitarie di mezzo mondo.

Francesco Paolo Marco Leti


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Un pensiero riguardo “La politica economica sotto la presidenza di Barack Obama

  1. Un centinaio di milioni di persone in età da lavoro sono a spasso. Non è colpa sua, ma è una faccenda che condizionerà a lungo le discussioni (e visto come siamo messi noi italiani non mi permetto battute).

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