Il riuso sociale dei beni confiscati: un’opportunità di riscatto

Di Valeria Maschi – Nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata, accanto alla predisposizione, dai parte dei governi nazionali ed europei di strumenti politici e normativi più o meni preventivi e repressivi, un aspetto sicuramente non meno importante è rappresentato dalla necessaria valutazione di quel particolare «ruolo» che la criminalità svolge all’interno dei processi di sviluppo economico. In effetti, l’opera di identificazione della natura e delle modalità con cui quest’ultima si manifesta e incide sull’economia e sullo sviluppo costituiscono una «presa di coscienza» imprescindibile per elaborare valide misure di contrasto non solo di tipo economico, ma anche socio-culturale.

È in tale contesto che emerge chiaramente non solo la necessità, ma anche l’urgenza, di procedere ad una battaglia «culturale» nei confronti delle mafie, le quali continuano a vivere e ad alimentarsi all’interno delle società. Ne sono una prova evidente gli episodi di collusione, che vedono come protagonisti esponenti delle classi dirigenti, nonché i vari intrecci di interessi indirizzati al condizionamento di appalti pubblici, delle competizioni elettorali, del settore agroalimentare e, soprattutto, le infiltrazioni nei sistemi economici e finanziari attraverso il riciclaggio, l’usura, il turbamento delle regole della concorrenza e, addirittura, della stessa destinazione e gestione delle aziende confiscate ai gruppi criminali. Tristemente noti sono gli effetti della criminalità organizzata in termini di costi, risorse materiali ed immateriali sottratte all’economia di intere comunità.

Come confermato dall’ex Governatore della Banca d’Italia nonché attuale presidente della BCE, Mario Draghi: «la criminalità organizzata può sfibrare il tessuto di una società; può mettere a repentaglio la democrazia, frenarla dove debba ancora consolidarsi»[1]. Si tratta di un’affermazione dai chiarissimi riscontri empirici che mostrano, in tutta la loro devastante evidenza, le distorsioni che «un certo modo di fare economia» ha prodotto all’interno di modi di agire, di pensare, di gestire la cosa pubblica, confermando il nesso tra corruzione e criminalità organizzata e il consolidarsi del rapporto mafia-affari-politica.

Tali considerazioni rendono ancora più evidente il bisogno di procedere ad un approccio di tipo onnicomprensivo, finalizzato non solo alla repressione della criminalità e dei suoi influssi sul sistema economico-sociale e sull’humus culturale, ma, allo stesso tempo, capace di fornire modelli orientati ad un adeguato reimpiego del «capitale sociale». Con tale espressione si intende far riferimento ad un vero e proprio input strategico, una risorsa da cui è possibile ricavare vantaggi e benefici nell’ottica di una ri-appropriazione e ri-generazione della coesione sociale, proprio laddove quest’ultima è stata maggiormente attaccata, ossia nei luoghi dove più forte e incontrastata è l’azione delle mafie.

Seguendo questa logica, quale modo migliore di conseguire un adeguata amministrazione della risorsa «capitale sociale» se non quello di permettere, alla società nella sua interezza, di riappropriarsi di quei beni che un tempo costituivano il patrimonio economico dei gruppi criminali.

Il riutilizzo sociale di beni confiscati rappresenta, dunque, una valida strategia che, nell’ottica della restituzione «del maltolto» alla società, può introdurre nuove pratiche di coinvolgimento delle comunità locali, in modo da emanciparle non soltanto dal bisogno e dalla logica dell’emergenza, ma soprattutto dal peso del mancato sviluppo del loro territorio.

A livello europeo, tra le molteplici azioni che è possibile intraprendere al termine di un qualsiasi procedimento di confisca (vendita dei beni, trasferimento a istituzioni pubbliche, riuso indiretto), il riutilizzo sociale diretto, nonostante sia la scelta meno diffusa, sembra rappresentare la migliore opportunità per conferire la giusta visibilità al processo di «conversione» rispetto alla natura originaria dei beni (ossia la natura di beni confiscati). Attraverso questa strategia, infatti, si procede all’assegnazione diretta dei beni a soggetti legittimati a riceverli e, come nel caso italiano, il riuso sociale è gestito da appositi organismi centrali specializzati (ANBSC). Il riuso sociale indiretto, invece, consiste per lo più nell’allocazione dei proventi dei beni confiscati in fondi specializzati destinati a progetti di prevenzione e trattamento della tossicodipendenza (Francia) o a favore di giovani a rischio di delinquenza/devianza (Scozia).

Paesi come Francia, Italia, Lussemburgo, Spagna e Ungheria si distinguono per aver adottato una legislazione completa ed accurata in materia, molti altri, invece, optando per un approccio più tradizionale, si limitano a preferire la vendita o a consentire il riutilizzo solo per alcune categorie di beni (di solito quelli mobili).

Per ciò che concerne il sistema italiano occorre evidenziare che moltissime sono le storie che narrano di immobili confiscati ai carnefici e consegnati alle vittime, di beni tolti ai poteri illegittimi e riconsegnati alla collettività. Ma nonostante si continui a parlare di un «patrimonio imponente», nella maggioranza dei casi, esso rimane ancora infruttuoso. Molte sono le aziende confiscate, ma ancora gestite dall’Agenzia Nazionale, e quindi non attive così come quelle che versano in situazioni di gestione sospesa o liquidazione.

Oltre all’inefficienza dell’ANBSC, altri aspetti contribuiscono a rendere particolarmente onerosa l’opera di ri-generazione delle imprese sottratte alla mafia. Tra questi, ad esempio, si noti come siano le stesse banche a bloccare i finanziamenti una volta che le imprese passano in mano all’amministrazione giudiziaria e a cui si deve aggiungere  l’incremento delle difficoltà in seguito al calo delle commesse e dall’inevitabile ampliamento dei costi di gestione dovute al processo di «legalizzazione» dell’azienda.

Appare, dunque, abbastanza evidente che il sistema così come è oggi non sembra raggiungere risultati eccellenti e ciò nonostante faccia riferimento ad una normativa tra le più avanzate a livello europeo. La sfida da raccogliere al livello nazionale consiste nel rendere maggiormente efficienti le procedure di ri-conversione e di destinazione dei beni confiscati in modo da preservarne la redditività e, allo stesso tempo, tutelare i diritti dei lavoratori. A livello europeo, invece, facendo leva sulla recente direttiva 2014/42/UE, occorre promuovere la diffusione del riuso sociale, attraverso sistemi efficaci ed equi, procedure trasparenti e garanzie procedurali per tutti i soggetti coinvolti.

[1] M. Draghi, Le mafie a Milano e nel Nord: aspetti sociali ed economici, Milano, 2011.


 

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