Obama e la Cina: i nodi di una relazione complessa

Negli anni le divergenze storiche e politiche tra Stati Uniti e Cina hanno lasciato parzialmente spazio ad una convivenza un po’ precaria, figlia, però, anche di una necessaria e complessa interdipendenza soprattutto economica. La globalizzazione li ha spinti a confrontarsi, a sedersi in un tavolo per ridefinire i loro rapporti, dati i numerosi intrecci.

Ciascuno principale partner commerciale dell’altro, con gli americani, che da una parte, sono tra i primi investitori diretti del Dragone, così come i cinesi, dall’altra risultano tra i principali finanziatori del debito statunitense. Senza considerare il numero di persone viaggianti tra la rotta Washington-Pechino per ragioni lavorative e di studio. Quindi al di là delle incomprensioni e dalla lontananza ideologica, ci si può spingere col dire che “l’uno non può, ad oggi, fare a meno dell’altro”. Nemici ma al contempo alleati. Una relazione contradditoria che è emersa anche nel corso delle amministrazioni tutte incentrate sul soft power di Barack Obama. Nonostante permanga una certa distanza su temi scottanti, quali diritti umani, rapporti con paesi vicini, sicurezza cybernetica e altro, non sono mancati comunque degli riavvicinamenti.

Gli Stati Uniti e la Cina sono i due paesi più inquinatori al mondo, e dopo anni di immobilismo e di accuse reciproche, sembrano aver raggiunto un compromesso per una comune riduzione delle emissioni di gas serra. Un impegno, in attesa di atti concreti, considerevole quello espresso tra il novembre 2014 e il settembre 2015, soprattutto per Pechino, da sempre resistente a qualsiasi passo indietro in tal senso.

Lo stesso dicasi in ambito commerciale. Nelle ultime visite istituzionali, sembrano essersi poste le basi per la promozione di un rapporto bilaterale volto ad un futuro più equilibrato, per permettere alle aziende di bandiera di poter concorrere tra loro. In tal senso, si deve leggere l’apertura americana all’allentamento dei dazi per i prodotti di alta tecnologia cinese. Anche se rimane aperta la questione del TPP, accordo di libero scambio transpacifico, che vede ad oggi l’esclusione di Pechino.

Le differenze, come detto, restano tante. Ed è un fatto che si riscontra nelle parole rilasciate dai diretti interessati. Obama in primis. Stati Uniti e Cina sono consapevoli di non piacersi, ma non possono fare a meno di farlo. Bisogna trovare un equilibrio. Problema di non poco conto, perché al di là degli interessi economici, vanno mantenute le rispettive posizioni di predominio politico. E quindi, ci sta che, nonostante tra i leader si parli di soluzioni globali per la sicurezza cybernetica, tra i due paesi in realtà ci si rimbalzino accuse di spiarsi a vicenda. Impensabile d’altronde credere che le due principali potenze mondiali possano cedere sulla propria attività d’intelligence. Pechino spia e spierà gli americani per rubare segreti tecnologici. E gli Stati Uniti, che di certo non possono elevarsi a modello integerrimo, proseguiranno a violare i siti governativi cinesi.

Una lontananza che diventa ancor più considerevole quando si entra in campo di diritti umani. “Le nazioni hanno più successo quando le aziende possono competere su uno stesso livello e i diritti umani sono rispettati”, ha detto Obama nell’accogliere il suo omologo cinese durante la visita dello scorso anno. Ricevendo in cambio una risposta, chiaramente di facciata, su un tema in cui Pechino è spesso finita nell’occhio della critica internazionale. Obama è stato spesso sollecitato dall’opinione pubblica, in alcun modo senza esimersi, ad evidenziare le numerose testimonianze di abusi di violazioni delle norme internazionali ben documentati in terra cinese. Ma, anche lì, Pechino sembra non sentirci, ritenendo le critiche statunitensi comunque poco credibili, in ragione di Guantanamo e delle guerre passate. E in queste settimane, si aggiungono le tensioni per quanto riguarda i rapporti con i paesi vicini alla Cina, la quale mal digerisce l’ingombrante presenza yankee in prossimità dei propri mari. “I grandi Paesi non dovrebbero fare i prepotenti con i Paesi più piccoli”, ha detto Barack Obama durante una sua visita ad Hanoi, Vietnam, facendo chiaro riferimento al Dragone e alle sue mire espansionistiche. Episodio che, volendo, rientra nelle dinamiche di una relazione complessa, per certi versi contraddittoria, ma che comunque rimane “obbligata” per gli equilibri mondiali e quelli rispettivi di Washington e Pechino.

Mario Montalbano


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