La buona integrazione | Quando umiltà e socializzazione si uniscono: la storia di Basid

Basid, nome completo Abdul Basid Buya – proveniente dal Bangladesh – è il classico venditore di oggettini la mattina, e la sera lo si vede muoversi con un mazzo di rose. Instancabile corridore delle vie nissene, alle dieci e trenta si trova vicino il Municipio e meno di mezz’ora dopo dalla parte opposta della città. 

Ma Basid – per tutti i frequentatori delle serate nissene conosciuto come “Rosario” – si avvicina per proporti la compravendita con un sorriso e con un garbo incredibile, anche quando l’operazione non va a buon fine. In questi anni ha instaurato un rapporto cordiale con tutti ed è difficile che non si fermi a ridere e scambiare due parole con il tavolo di ragazzi del bar dove propone le sue rose. Pochi giorni fa è accaduto qualcosa di veramente straordinario: Gianmarco, giovane proprietario di un locale sito in centro storico, ha organizzato un brindisi, con torta e regali annessi in suo onore, per celebrarne il trentaduesimo compleanno, rendendolo così realmente parte integrante della comunità nissena. Non nascondendo la sua emozione, Basid ha ringraziato centinaia e centinaia di volte tutti i partecipanti, mostrando il lato più tenero di una comunità molto spesso rigida quando si discute di integrazione. Subito dopo il rito dell’apertura dello spumante e del taglio della torta, ho avuto modo di chiacchierare con lui. Non vi nascondo la mia ammirazione nel parlare con questo uomo: è una delle rare volte in cui ho avuto modo di appurare quanto i piccoli gesti sono quelli che contano veramente. Osservare il suo entusiasmo nel festeggiare insieme a numerosi sconosciuti il suo compleanno e l’umiltà con il quale ringraziava uno per uno tutti gli intervenuti mi ha fatto sentire piccolo: io, cittadino di una collettività che oggi conosce pochi valori e tanto consumo.

Raccontandomi un po’ della sua vita ho scoperto che vive solo, in un quartiere popolare del centro di Caltanissetta: “Io vivo solo, ma in Bangladesh ci sono mia moglie e i miei due figli. Sono qui per lavorare. preferisco stare tutta la notte a vendere fiori piuttosto che chiedere seduto a terra, è questo che insegno ogni giorno ai miei figli, quando li chiamo. Tutto quello che guadagno va a loro: se guadagno 10 euro, 2 euro li tengo per me, per mangiare e vestirmi, ma il resto lo invio tutto a loro. I miei figli devono studiare e crearsi un futuro, e io sto facendo i salti mortali per aiutarli. Spero un giorno, quando il mio permesso di soggiorno si trasformerà in richiesta di cittadinanza, di poter fare venire la mia famiglia qui, in Sicilia. Qui mi trovo bene, ci sono persone meravigliose che mi fanno sentire a casa”.

Una bella storia, evidenziata dal fatto che l’Italia non è solo un paese che si sta inasprendo verso chi viene per bisogno, ma che sa regalare a noi e loro momenti di gioia e di comunione. Con la speranza che questo episodio sia d’esempio per chi profetizza ruspe e razzismo.

Giuseppe Sollami


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