Copa América Centenario: tra le contraddizioni del Sud e del Centro e l’influenza degli States

Di Mario Montalbano – Il 17 giugno 1994, a Chicago si dava il via alla quindicesima edizione dei Mondiali di calcio. Il prossimo 3 giugno 2016, a Santa Clara, la nazionale di calcio americana e la Colombia apriranno ufficialmente le danze della CopaAméricaCentenario.

A distanza di ventidue anni, la stessa nazione, gli Stati Uniti d’America, si appresta ad ospitare un’altra “prima volta”, a testimonianza anche dei passi avanti fatti dal movimento calcistico statunitense nel corso degli anni. Nel 1994, era la volta dei Mondiali di calcio, i primi dell’era post guerra fredda, i primi della Germania unificata, i primi della Russia e non dell’URSS, ma soprattutto i primi di una nuova epoca calcistica, che avrebbe visto di lì in poi l’assegnazione della più importante competizione globale superare la normale, fino ad allora, ripartizione tra l’Europa occidentale e il Sud America. Adesso, nel 2016, è la volta della CopaAmérica, nell’edizione del centenario della Confederación sudamericana de Fútbol. Mai la competizione organizzata della CONMEBOL aveva varcato i confini sudamericani, e mai aveva previsto la partecipazione di un numero così elevato, sei, di paesi appartenenti ad una confederazione diversa da quella sudamericana.

Tra questi, non potevano mancare le debuttanti all’interno di una competizione del tutto nuova. La piccola Haiti che ancora fatica a superare la crisi umanitaria sanitaria generata dal terribile terremoto del gennaio 2010. Lo stesso dicasi per Panama, protagonista nelle cronache mondiali, suo malgrado, per lo scandalo dei “papers” contenenti informazioni confidenziali provenienti dagli archivi informatici dello studio Mossack Fonseca, il più grande studio legale del mondo, e che riguardano i titolari di società offshore.

Dimostrazione che le varie competizioni internazionali sportive entrano in scena, spesso e volentieri, in momenti storico-politici particolari, con l’intrecciarsi di fatti, eventi, e congiunture, che finiscono per dare anche un valore diverso ai vari incontri in campo. Curioso poi, che la manifestazione intervenga in una fase di passaggio della politica americana. A qualche settimana dalle Convention che prepareranno il terreno definitivamente per le elezioni di Novembre. E a qualche mese dal termine della seconda presidenza Obama, che proprio nel recupero delle relazioni internazionali con il Sud America sta spendendo ed investendo tempo ed impegno. Passi la visita, senza dubbio importante ma dalle conseguenze ancora flebili, a L’Avana, basta ricordare la ripresa del dialogo con l’Argentina di Mauricio Macrì, dopo anni di isolamento finanziario e politico acuitosi con la presidente Kirchner, e il consolidamento dei rapporti con la Colombia, in una fase in cui questa sta compiendo concreti passi verso la pace civile con le Farc.

Sarà poi l’occasione per i paesi, sicuramente meno noti dal punto di vista calcistico, di accendere le luci dei riflettori internazionali sulla propria situazione. Il Messico, che di fronte alle minacce del candidato Trump di innalzamento di muri al confine, conta di dimostrare di essere altro che un semplice paese di immigrati. È il caso del Perù, ad esempio, il quale il giorno dopo il debutto nella competizione del 4 giugno con Haiti, sarà impegnato per il ballottaggio delle presidenziali, con lo spetto della vittoria di un altro Fujimori, la figlia Keiko, a distanza di anni dalla dittatura del padre Alberto. Per l’Ecuador, che spera di donar una soddisfazione alla propria popolazione, ancora ferita per il terremoto di metà aprile. Per la Bolivia, in preda alla crisi politica del governo di Evo Morales, sconfitto a febbraio nel referendum che avrebbe modificato la costituzione del paese. Per il Venezuela, la cui crisi economica ha raggiunto livelli drammatici, portando allo stremo la sua popolazione, costretta ormai a razionalizzare qualsiasi bene e servizio basilare. E perché no, anche per il Brasile, tutt’altro che non famoso calcisticamente parlando. Anzi, i cultori del “football bailado” sperano di vincere il trofeo per meglio prepararsi al tanto agognato e contestato torneo olimpico di Rio, cercando di dimenticare per un po’ i disordini e le tensioni politiche ed istituzionali che hanno portato all’impeachment della Rousseff.

Una competizione affascinante, che corre tra le mille contraddizioni dei paesi latini e una sola garanzia, la capacità di fare spettacolo degli americani. Un intreccio sportivo, ma inevitabilmente economico e politico, con relazioni d’alleanze, scontri diplomatici, e rapporti congelati in attesa di momenti migliori. Sì, è semplicemente la Copa di tutte le Americhe. 


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