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Loi Travail, il Jobs Act francese

Di Marco Morello – Da più di un mese la Francia è interessata da continue proteste, scioperi e manifestazioni che hanno portato alla quasi totale paralisi del paese. La causa? La Legge sulla riforma del lavoro.

La “Loi Travail”, il “Jobs Act” francese voluto dal governo socialista, è stato infatti approvato in prima lettura il 12 maggio scorso applicando l’articolo 49.3 della Costituzione francese che consente di adottare la riforma senza il voto dell’Assemblea Nazionale; quest’ultima poteva opporsi solo votando una mozione di sfiducia che è stata presentata dall’opposizione di centrodestra ma è stata respinta.

In cosa consiste la riforma:

  • facilitare i licenziamenti:

amplia il ventaglio delle cause di licenziamento senza reintegro del lavoratore indicando le ragioni economiche di un calo degli ordini o delle vendite per diversi trimestri consecutivi e perdite di esercizio per diversi mesi, ma anche modifiche dell’attività dal punto di vista tecnologico o della semplice riorganizzazione aziendale;

  • cambia il ruolo del giudice:

l’intento è quello di ridurre al minimo la discrezionalità dei giudici e di rendere il meno oneroso possibile il licenziamento. Oggi, i giudici possono decidere il reintegro del lavoratore o stabilire un risarcimento senza alcun tetto. Esiste solo una base di partenza per il risarcimento che da un minimo di sei mesi di salario oltre all’indennità di preavviso può salire a qualsiasi cifra. La riforma propone invece indennità crescenti con l’anzianità aziendale; non si tratta di tetti massimi, ma indicativi: 15 mesi di salario per i lavoratori con almeno 20 anni di servizio; 12 mesi per quelli con 10-20 anni; nove mesi con 5-10 anni; sei mesi con 2-5 anni; tre mesi al massimo per tutti gli altri;

  • si cambia anche sull’orario di lavoro e sul calcolo degli straordinari:

oggi un lavoratore francese non può lavorare più di 10 ore al giorno, ma con la riforma del lavoro potranno salire a 12. Così come il modello delle ore settimanali: le 35 ore medie che oggi possono salire ad un massimo di 48 ore, con la riforma arriveranno a 60 ore anche se in casi eccezionali.

Per quanto riguarda il regime degli straordinari, rimane il minimo del 10% di retribuzione in più, ma gli imprenditori avranno maggiore libertà ad abbassare l’importo fino a questa soglia, sempre attraverso accordi sindacali.

Principali differenze con il Jobs Act italiano:

nonostante siano presenti delle similitudini, il Jobs Act francese si differenzia da quello italiano in particolare su due punti: le tutele per chi perde o cambia lavoro e i controlli sui lavoratori:

  • perdita o cambio lavoro: a seguito cambio o perdita di lavoro, spesso si perdono anche i diritti assistenziali, previdenziali, sanitari. Il progetto francese, in questo caso, ipotizza la creazione di un “conto personale di attività” in grado di trasferire questi diritti acquisiti da un posto di lavoro all’altro. Nel Jobs Act italiano, invece, il sostegno a chi perde l’occupazione passa attraverso l’Anpal, l’Agenzia nazionale per il lavoro, e i percorsi dei centri per l’impiego, un disegno che a un anno dalla riforma rimane ancora fermo nella sua attuazione;
  • controllo sui lavoratori: vi è una sostanziale differenza tra la riforma italiana e francese sul tema dei controlli sui lavoratori; infatti, se in Italia il Jobs Act ha permesso all’impresa di poter monitorare i devices in uso al personale (PC, tablet, smartphone aziendali), il progetto di legge francese va in direzione opposta ovvero salvaguardare il diritto alla disconnessione, cioè la garanzia di non essere subissati di mail lavorative all’infuori dell’orario prestabilito.

Aumentano le proteste

Dall’approvazione del testo da parte dell’Assemblea Nazionale francese ad oggi, gli scioperi sono aumentati di intensità con il blocco di diverse raffinerie e depositi di carburante; inoltre, i lavoratori di 19 centrali nucleari sono entrati in sciopero riducendone al minimo l’attività. Infine il prossimo 2 giugno è previsto il blocco totale dei mezzi di trasporto. A seguito di tali manifestazioni, il premier francese Manuel Valls ha aperto la strada ad una possibile modifica del testo in vista della futura approvazione della riforma al Senato, ma non è disposto a ritirarla come invece propone il principale sindacato francese il Cgt, Il tutto a pochi giorni dal fischio d’inizio dei campionati di calcio di Euro 2016 che si disputeranno in Francia.

Considerazioni personali

In Francia si sta cercando di far approvare con forza una riforma del lavoro non voluta dai Francesi e imposta dall’alto esattamente com’è avvenuto in Italia per il Jobs Act. Appare evidente come dietro a tali “riforme” ci sia un disegno, voluto probabilmente da chi governa l’Europa, che mira a togliere i diritti acquisiti dai lavoratori dopo anni di lotte e sacrifici. La beffa è che sono proprio i governi cosiddetti di “sinistra” ad approvarle, ma c’è una cosa di cui non hanno tenuto conto o si sono dimenticati: i popoli non sono tutti uguali: se da una parte gli Italiani non hanno opposto particolare resistenza alla volontà del proprio governo e dell’ Europa che impone le riforme, dall’altra il popolo francese non ci sta, protesta, alza la testa, affolla le piazze, grida il proprio dissenso; dimostra a distanza di secoli che gli ideali della Rivoluzione Francese sono ancora presenti, intatti nelle loro menti e nei cuori.

Perché allora noi Italiani non siamo stati capaci ci farci sentire come loro?

Le risposte sono molteplici: in Francia vi sono ancora dei sindacati forti e uniti, il popolo francese è forte, unito e  orgoglioso, orgoglioso della propria storia, della propria cultura, della propria Nazione… Da noi invece i sindacati hanno perso potere contrattuale e non sono uniti; noi come popolo per tradizione non siamo nazionalisti, infatti ognuno pensa a sé stesso e non al bene comune; ci sentiamo Nazione solo quando gioca la Nazionale di calcio, a differenza dei Francesi che a pochi giorni dall’inizio, in casa loro, di “Euro 2016” , hanno avuto il coraggio di scendere in piazza e dire no! Noi non ci stiamo!

Noi, più semplicemente, siamo una nazione giovane e, come disse Massimo D’Azeglio durante il Risorgimento: “abbiamo fatto l’Italia adesso dobbiamo fare gli Italiani”, ancora oggi non ci sentiamo Italiani.


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