Cos’è il TTIP?

Il TTIP, cioè il “Transatlantic Trade and Investment Partnership”, è un trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti. Si tratta sostanzialmente di un accordo di libero scambio tra Stati Uniti ed Unione Europea e che è ancora in fase di negoziazione. I negoziati cominciarono ufficialmente nel giugno 2013, ma è solo da circa un mese che se ne parla e cioè da quando Greenpeace Olanda ha svelato alcuni documenti riservati riguardanti le trattative in corso.  Ciò che bisogna chiarire fin dall’inizio è che non si tratta esclusivamente di un accordo commerciale. Esso, infatti, si collega al TTP, il Trans-Pacific Partnership, cioè l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e undici paesi del Pacifico e quindi ha un valore strategico che è quello di legare il benessere americano a quello dell’Europa e dell’ Oriente oltre che a far rimanere gli Stati Uniti l’unico punto di riferimento.

Per arrivare ad un accordo commerciale è necessario seguire determinate fasi ed, in particolare, il mandato, i negoziati e la decisione. Nell’Unione Europea è la Commissione ad avere il potere di negoziare gli accordi commerciali, in questo caso con i negoziatori del rappresentante degli Stati Uniti per il commercio. I governi degli Stati membri hanno così formulato un mandato per l’avvio dei negoziati. Dopo la conclusione dei negoziati e la revisione da parte dei giuristi del testo dell’accordo, quest’ultimo viene trasmesso ai governi degli Stati membri e al Parlamento europeo che dovranno decidere se approvarlo.

I punti fondamentali di questo accordo sono tre: l’accesso al mercato, gli ostacoli non tariffari, le questioni normative.

Il primo punto riguarda l’eliminazione di tutti i dazi e quindi la liberalizzazione delle merci, ma anche degli investimenti, dei servizi e degli appalti pubblici. Il secondo la rimozione di ostacoli non tariffari, come ad esempio le barriere di standard, le regole sanitarie o i contingentamenti (fissano i limiti quantitativi alle importazioni o esportazioni di determinate merci). Con il terzo punto si vuole creare una compatibilità tra le norme, in particolare, per quelle riguardanti il diritto di proprietà intellettuale ed il commercio e lo sviluppo sostenibile.

I promotori di questo accordo continuano a sottolinearne l’importanza per il commercio, per la riduzione dei prezzi e per le grandi opportunità lavorative che esso creerebbe, ma un’ampia parte delle società americana ed europea ne sottolineano invece le conseguenze negative. Soprattutto negli ultimi mesi la società civile ha manifestato per le strade gridando chiaramente “stop al TTIP”. I cittadini si sentono esclusi dal processo negoziale dichiarato oscuro e per nulla trasparente e che sembra favorire esclusivamente le multinazionali. Una delle maggiori critiche è collegata al fatto che dovendo rimuovere gli ostacoli non tariffari diminuiranno notevolmente le garanzie a tutela dei consumatori e si teme che nelle nostre tavole possano entrare prodotti americani come il pollo al cloro o carne trattata con ormoni che, al momento, sono vietati nell’Unione Europea. Desta anche preoccupazione il fattore disoccupazione che potrebbe aumentare con la delocalizzazione delle aziende (uno degli effetti del TTP di cui si lamentano già da tempo molti americani tra cui Donald Trump e Bernie Sanders). Forti critiche sono state sollevate anche per la clausola ISDS, cioè l’Investor-State Dispute Settlement, che esiste già ma che con l’accordo diventerebbe vincolante per tutti gli Stati e ciò è considerato da molti fortemente antidemocratico. Si tratta di un organo di arbitrato internazionale che permette agli investitori di accusare gli Stati nel quale investono di intralciare i loro profitti. Come ha detto il politologo Colin Crouch «il mercato entrerebbe direttamente nelle politiche sociali dei governi».

Valutare effettivamente cosa comporterebbe l’adozione del TTIP è cosa abbastanza ardua se non impossibile per chi non ha delle specifiche competenze perché il contenuto di questo accordo è abbastanza complesso e le informazioni ricavabili tramite la stampa e Internet non  sempre sono complete e attendibili, o per ignoranza o perché non tutti i  documenti riguardanti il negoziato sono consultabili proprio perché dietro questo accordo ci sono grandi interessi. Da un lato è quasi scontato che sorgano preoccupazioni quando si parla di nuovi sistemi, dall’altro è pur vero che il TTIP avrebbe ripercussioni sui cittadini che quindi, in una democrazia, dovrebbero essere portati a conoscenza di ciò che realmente cambierebbe. Per quanto possa sembrare utopico sarebbe necessario che i governi pongano dei limiti agli accordi che intendono realizzare e mettano realmente al primo posto il benessere dei cittadini.    

Deborah Conigliaro


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