Le Filippine nelle mani de “Il Castigatore”

Lunedì 9 maggio, circa 54 milioni di cittadini filippini sono stati chiamati alle urne per eleggere il presidente ed il suo vice, eletti separatamente con un mandato di sei anni non rinnovabile; 12 senatori, 300 deputati e 18000 funzionari governativi locali.
Ad ogni elettore è stata concessa la possibilità di esprimere un massimo di 32 preferenze, da scegliere tra più di 200 nomi (immaginate la lunghezza delle schede elettorali!).

Tutta la campagna elettorale è stata caratterizzata dalla violenza: da gennaio alla scorsa domenica sono state uccise 16 persone. Poche ore prima che fossero aperte le urne, sette persone sono state uccise in un’imboscata a Rosario, città nel sud di Manila, la provincia in cui sono esplose le faide tra clan familiari in lotta per il controllo dei governi locali. Nell’isola meridionale di Mindanao un elettore è stato ucciso mentre era al seggio; a Cotabato un passante è morto nell’esplosione di una bomba a mano lanciata in un mercato dove erano in corso le operazioni di voto.

Come previsto dai sondaggi, a trionfare alle elezioni presidenziali con circa il 40% di consensi, è stato Rodrigo Duterte, 71enne, outsider populista, volto noto della politica degli ultimi vent’anni, è stato prima procuratore e poi sindaco per sette volte di Davao, città nota per l’alto tasso di criminalità divenuta sicura e funzionale dopo il suo insediamento.
Proprio per le accuse di aver utilizzato metodi da gangster per riportare ordine in città e di aver fatto uccidere più di un migliaio di criminali, Duterte è stato soprannominato dalla stampa “il Castigatore” e nonostante le denunce fatte da importanti organizzazioni per la difesa dei diritti umani, egli ha affermato di eliminare criminalità e corruzione a livello nazionale nei primi sei mesi di mandato, utilizzando gli stessi metodi di Davao. Niente sembra scalfirlo, né le imprecazioni contro Papa Francesco (per il traffico causato dalla sua visita), né le battute sessiste che hanno fatto scalpore all’estero. Definito dalla stampa internazionale “Il Trump di Manila”, vanta le sue numerose relazioni extraconiugali, sostenute da massicce dosi di viagra, e non si fa alcuno scrupolo nello scherzare su un grave episodio di violenza sessuale subito da una missionaria australiana affermando “Avrei voluto essere il primo”. Il popolo filippino non ha esitato ad eleggerlo neppure davanti alla sua affermazione di chiudere il Parlamento, minacciando l’instaurazione di un governo d’emergenza nel caso non riuscisse a portare avanti il suo programma.

L’intera Conferenza episcopale cattolica aveva pubblicamente esortato i cattolici a non votare per Duterte, dipingendolo come «espressione delle forze del male».

I due principali sfidanti del Castigatore, Manuel Roxas e Grace Poe, hanno ammesso la sconfitta, che si sarebbe potuta evitare seguendo il consiglio del Presidente uscente Benigno Aquino di unire le forze. Affiliato al Partito liberale delle Filippine, Benigno, figlio dell’ex senatore Ninoy Aquino e dell’11º presidente delle Filippine Corazón Aquino, durante gli anni del suo mandato, ha portato nelle Filippine investimenti, gestione oculata e lotta alla corruzione. Non ha nascosto durante la campagna elettorale il suo disappunto per Duterte ed il timore per un ritorno alla dittatura qualora fosse stato eletto.
Il vice di Duterte sarà Bongbong Marcos, figlio dell’ex dittatore Ferdinand Marcos, moderato e affiliato del Partito Nazionalista, che chiede di non essere giudicato per le azioni del padre commesse in passato.

Le elezioni in questo Paese si contraddistinguono per la forte presenza di relazioni di tipo clientelare. Non esistono, partiti di programma né schieramenti politici che siano visti in termini di contrapposizione e di alternativa: vi sono alleanze che sono alleanze familiari e vi sono alleanze dettate dalla popolarità, dalla capacità di raccogliere consensi in determinati contesti. Gli esperti sostengono che non vi sarà un cambiamento significativo e radicale: si alterneranno presidenti in grado di influenzare la politica nazionale, ma sempre mantenendo quelle caratteristiche personalistiche familiste della politica nazionale e sostanzialmente senza una vera capacità di incidere in termini, ad esempio, di riforma.

Francesca Rao


 

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