Cronache di quei giorni a Bruxelles: gli attentati, uno squarcio all’Unione

Di Simona Di Gregorio e Manfredi Orlando – Una mattina come tante, forse non proprio come tutte, su Bruxelles splendeva il sole ed era raro vederlo splendere così. Niente di meglio che una corsetta, basta scendere di casa ben coperti consapevoli che, nonostante il sole, la brezza mattutina ti farà gelare le mani. Mettere un paio di cuffie e percorrere tutta Rue du Foulons, arrivare sotto i ponti di Rue des Ursulines costeggiando l’eglise de Notre Dame de la Chappelle, vedere gli Erasmus e i turisti fare colazione nell’ostello più popolato di Bruxelles, salire di corsa le numerose scale di Mont des Arts e arrivare al Park royal; silenzioso e ampio parco di fronte il palazzo reale.

Tutto sarebbe andato liscio quella mattina, invece, alle otto in punto dall’Italia mi dicono che a Bruxelles è accaduto qualcosa. Mia madre mi dice di accendere la tv. L’aeroporto. L’aeroporto è esploso. Un’esplosione? Ma no, sarà un cortocircuito. C’è il sole, ho voglia di correre. Che sarà mai un cortocircuito all’aeroporto. Lascio il caffè vicino al mio fidanzato e corro verso il parco. Lo avviso. Svegliati! Guarda subito il Tg è successo qualcosa. 

Lei è sempre così attiva la mattina, guardo l’orologio e mi chiedo se sia davvero l’ora giusta per scendere giù dal letto; le otto non sarebbe l’ora giusta per essere in piedi. Guardo le finestre. Penso: “c’è il sole”. Lei sarà euforica per tutta la giornata. Mi alzo. Sono curioso, lei tornerà fra un’ora, magari data la bella giornata vado con lei all’università. L’accompagno alla conferenza sul clima, sarà interessante. Accendo la tv. Attentato a Bruxelles. Penso. La conferenza non ci sarà. Il comunicato della polizia avvisa: “tornate alle vostre abitazioni, non muovetevi da casa per facilitare qualsiasi operazione”. 

Inizia il rumore, quel brusio costante di sirene che contrasta il silenzio. Quando accade qualcosa è la città a parlare, è il silenzio delle strade vuote a metterti in guardia. Mentre corro mi chiedo come mai la città non si è ancora svegliata. Ad un tratto inizio a vedere militari, polizia, ambulanze, elicotteri. Sono troppi. Inizio a vedere funzionari della STIB all’uscita della metro che chiudono le entrate. L’ansia comincia a prendere il sopravvento. Mentre i Muse continuano a scandire il ritmo della mia corsa io corro verso casa, penso che forse non è stato un corto circuito, forse è successo qualcosa, qualcosa di grave.

La città era sotto attacco. Bruxelles non era preparata a tutto questo. Il livello di allerta oscillava da parecchi mesi da tre a quattro e ormai l’ansia post attentati di novembre era passata, tutti eravamo tornati a prendere la metro e ci eravamo abituati a vedere i militari passeggiare a coppie su e giù per le stazioni. 

Nei giorni precedenti, i media avevano gridato alla vittoria dopo l’arresto di Salah Abdeslam, molti infatti parlano di attentati per vendettaIn un’organizzazione come l’ISIS Salah Abdeslam è solo un tassello del mosaico, tuttavia la violenza mediatica con il quale l’arresto è stato trasmesso al mondo non poteva far rimanere in silenzio la cellula jihadista. Questa sensazione stava diventando una tacita consapevolezza di ogni cittadino che continuava a vivere, come ognuno di noi continua a vivere nonostante le guerre e la fame nel mondo. Come disse la professoressa di Globalizzazione il giorno dopo gli attentati di Parigi: “ragazzi non abbiate paura la percentuale di morte per attentato è infinitamente più bassa di quella degli incidenti domestici”.

A Bruxelles però eravamo sotto il massimo livello di allerta. Il Governo con il suo comunicato consigliava di evitare i posti affollati al fine di facilitare le operazioni di controllo nei giorni che hanno seguito l’arresto di Salah Abdeslam. La minaccia era imminente. Il 22 marzo ne abbiamo avuto conferma.

Paolo Branca, islamologo milanese, in un’intervista apparsa su Italia Oggi, ha risposto in maniera inaspettata alla domanda sul perché nasce l’ISIS. Si è parlato di mancata integrazione, o di paternalismo nel difendere la questione islamica o per meglio dire islamista. Lui invece sostiene che ormai le grandi ideologie sono venute meno, e che anche lì prevale l’interesse. Certamente alle famiglie dei 32 morti non basterà pensare alla decadenza delle ideologie per ricevere conforto, sarà infatti molto più facile puntare il dito contro un Dio che guida tutto e contro fedeli che estremizzano i dettami di questo. L’iter post attentati stava iniziando a Bruxelles: le trasmissioni non parlavano d’altro, il coprifuoco tornava in città e nei social media si leggeva che tutti eravamo cittadini di Bruxelles, come tutti eravamo stati parigini mesi prima. I governi avrebbero pure potuto  chiudere un occhio davanti a tutto questo perché può far comodo avere qualcuno a cui dare la colpa, ma i cittadini hanno davvero accettato tutto ciò? Non tutti sono riusciti a mantenere la calma e preda del comune accostamento musulmani-terroristi hanno cominciato a reagire.

Come nel resto d’Europa, anche a Bruxelles ha avuto inizio nei giorni successivi al 22 marzo la mobilitazione di estremisti che non volevano scendere a patti. Dopo cinque giorni dall’attentato, un gruppo di neonazisti ha fatto irruzione a piazza Bourse, una piazza centrale a Bruxelles, divenuta vero e proprio santuario dopo gli attentati per tutti coloro che volevano esprimere pubblicamente il proprio dolore per questi attacchi “ciechi, violenti e vigliacchi” come li ha definiti il premier belga Charles Michel. Sotto la finestra della nostra cucina quella sera è apparsa una scritta con il gesso <>. È questo il problema, loro hanno sbagliato Dio. Non facciamo in tempo a fotografarla che già il sole che aveva fatto capolino in quei giorni viene coperto dalle nuvole e la pioggia scende giù cancellando ogni cosa.

I giornali esaltano il pronome sostantivato “noi” : noi siamo stati attaccati, noi siamo in pericolo, noi siamo le vittime, senza renderci conto che siamo stati “noi” a creare il “loro”. A quasi cento anni dalla fine della prima guerra mondiale emergono i problemi causati dalla caduta dell’impero ottomano e dalla conseguente creazione di stati fragili, i cui confini sono stati ritagliati unicamente sulla base di interessi geo politici ed energetici da parte di quei paesi che adesso si uniscono e si stringono sotto il nostro comune grido di dolore. Decisi a tavolino da chi adesso si stringe sotto le lacrime del “noi”. 

Sempre il Professore Branca sottolinea il problema dei veti politici incrociati che stanno paralizzando l’azione internazionale in un vero e proprio conflitto di interessi mondiali che crea confusione nel distinguere il bene dal male

Chi ci è venuto a trovare a Bruxelles, ha definito la città anonima, proprio perché caratterizzata da diverse comunità così impermeabili tra loro ma nello stesso tempo così capaci di una convivenza pacifica da rendere difficile la percezione di essere in Belgio. I giornali parlano dei musulmani come una comunità poco integrata eppure noi non abbiamo visto questo a Bruxelles. La nostra percezione è stata quella di una forte demonizzazione di una comunità e di un quartiere quasi a voler nascondere i veri colpevoli di tutto ciò usando un capro espiatorio. Già a Novembre le donne di Molenbeek avevano alzato un grido per rivalutare il quartiere, perché si rendevano conto che se fosse successa qualcosa sarebbero state le prime a piangerne le conseguenze.

A livello legislativo infatti non è mancata la repentina risposta del Governo belga. Promosso un disegno di legge, voluto dal segretario di Stato all’immigrazione Theo Franckenil quale stabilisce che chiunque, proveniente da un paese extraeuropeo, desideri risiedere in Belgio per più di 30 giorni, dovrà firmare un contratto che lo impegni a integrarsi alla società, rispettarne usi e costumi, impararne la lingua ma soprattutto a denunciare qualsiasi atto che possa essere considerato terroristico.


Ma fino a che punto questo accorgimento, come anche altri legati all’incremento delle spese di sicurezza che in questo periodo in Belgio come in molte altre grandi città europee si stanno attuando possono davvero fermare questo periodo di terrore nel quale viviamo ormai da qualche mese?

È un fatto che a Bruxelles la comunità musulmana conta più di 300.000 persone, la maggior parte delle quali è nata nel territorio, parlando di natalità, il nome più diffuso nella città di Bruxelles è ormai Mohammed.


Giustificare gli attentati con la mancata integrazione degli arabi e la ricerca di un riscatto di status nell’appartenenza all’ISIS è inaccettabile. Sarebbe come giustificare le stragi di mafia in Sicilia con la povertà palermitana. Dare la colpa all’immigrazione è generalizzante, puntare il dito contro Molenbeek equivale a dire che la Sicilia è la mafia.

Si parla di globalizzazione in termini di scontro di civiltà, ebbene sì, quello che sta avvenendo è un vero e proprio scontro, tuttavia ciò che vorrei fosse chiaro è che lo scontro di oggi è una delle peggiori conseguenze dell’emergere della potenza occidentale sulla decadenza di quello che prima era un impero. I primi sentori di tutto ciò le primavere arabe, è da li che inizia un percorso che va verso il nuovo califfato.

Tutto crea una confusione di fondo arabi musulmani islam integralismoChe l’islam oggi sia la seconda religione al mondo dopo il cristianesimo nessuno può contraddirlo, cosi come non si può negare che l’islam di per sé è una religione di sottomissione (islam è il termine arabo per definire la sottomissione e il suo participio passato muslimun indica i sottomessi) questo però non comporta l’uguaglianza, in primis che tutti gli arabi sono musulmani, in secundis che tutti i musulmani siano sottomessi al tal punto da essere integralisti. L’integralismo infatti, frutto dell’esasperazione del nazionalismo arabo, si è spinto a tal punto da poter far comodo anche alle potenze europee.

Gli integralisti stessi, promotori di un antico messaggio nobile, desiderosi di un ritorno al passato in cui loro erano parte di un impero in cui la legge religiosa coincideva con la legge pubblica non si sono resi conto che si sono messi da soli un cappio al collo offrendo all’occidente su un piatto d’argento il motivo per intervenire.


Nelle logiche di dominio i morti sono solo dei numeri, sono solo escamotage per tranquillizzare l’opinione pubblica sul fatto che le azioni che ne conseguono sono giustificate. Quello che so è che all’aeroporto c’è stata un esplosione, che dopo un po’ è esplosa una metro e poi un’altra ancora. Una professoressa negli ultimi giorni ci ha confidato una dolorosa verità “voi non siete sicuri neppure sotto le coperte del vostro letto nella vostra stanza”. 

Il professore Mario Telò – docente di relazioni internazionali presso l’Universitè Libre de Bruxelles – il giorno dopo gli attentati di Parigi non ha tenuto la lezione, ha detto di non sentirsela di riempirci la testa  con nozioni su ciò che è in teoria il sistema internazionale perché è inspiegabile, è disumano. 

Noi siamo tornati in Italia. Gli attentati hanno influito? Certamente. Abbiamo avuto paura degli arabi. Si è vero, come abbiamo odiato il fatto di essere a casa nostra e dover avere paura. Poi però ho pensato all’uomo che la domenica mi faceva il thè alla menta, al panettiere che mi faceva lo sconto, al marocchino che mi offriva la torta al mercato o alle ragazze arabe che facevano boxe con me e ho capito che non avevo paura degli arabi ma avevo paura di questo mondo divenuto ormai nemico dell’umanità.

Il  Vice-Premier Ministre et Ministre des Affaires étrangères et européennes, Monsieur Didier Reynders hanno esposto alla Universitè Libre de Bruxelles i problemi relativi agli attentati,  si va da problemi morali dicotomici tra libertà e sicurezza a problemi tecnico pratici come quelli economici. Ci si chiede infatti quali sono i costi in termini sociali, politici ed economici a cui il Belgio sta andando incontro a seguito di queste giornate?


Un’area dell’aeroporto da ricostruire, due stazioni da recuperare, uno stato da risollevare, Si stima che i costi di riparazione dell’aereoporto di Zaventem e delle stazioni metropolitane distrutte durante l’attentato ammontano a 4 miliardi di euro, ma questo non è altro che una piccola parte del danno che è stato arrecato a questa città.


Sin da adesso possono essere registrate perdite economiche ingenti da parte della città, anche se ci vorrà qualche mese per poter effettuare una stima completa delle perdite, gia adesso si registra un grande calo nelle prenotazioni di hotel, biglietti aerei, ristoranti e bar.

Patrick Bontinck, Direttore di VisitBrussels, l’associazione per il turismo di Bruxelles ha dichiarato nel corso di un intervista ad euronews che “Nella sua globalità il turismo rappresenta per Bruxelles 50.000 posti di lavoro, e quasi il 10% del PIl. E’ un settore strategico. I rappresentanti della categoria hanno chiesto all’amministrazione cittadina e al Governo Federale misure straordinarie per affrontare la crisi.” A rischio quindi oltre che le entrate della città anche i posti di lavoro di parecchi cittadini.

Al futuro del Belgio è legato il futuro di tutti noi. Poteva essere previsto? Si, forse sì. Poteva essere evitato? Siamo in questo mondo e nulla di tutto ciò può essere evitato. Cosa possiamo fare adesso? Nulla l’unica arma che ci resta è tenerci informati.


 

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