The Concert For Bangladesh, la prima gloria della solidarietà rock

Il triplo vinile uscito il 20 Dicembre del 1971, seguito vent’anni dopo dall’uscita dell’omonimo DVD, è una storia di musica e di solidarietà senza precedenti. George Harrison appena uscito dai Fab Four, decide di dedicarsi alla produzione della sua già sterminata collezione di idee musicali, che per il poco spazio avuto nei Beatles non hanno avuto modo di vedere la luce nelle tracklist degli album, a parte qualche rara eccezione. Quello che avverrà di lì a poco sarà uno degli eventi ricordati come uno dei primi gloriosi concerti di solidarietà della storia della musica rock.

Compositore rimasto sconosciuto, Harrison, durante la carriera da beatle, aveva già dato prova della sua straordinaria dote realizzando brani celeberrimi come Taxman, e come Something, definita da Frank Sinatra “la canzone d’amore più bella degli ultimi cinquant’anni” – un complimento così, detto da Lui, deve essere stato proprio lusinghiero. Inaugurò la sua carriera solista con un album capolavoro come All Thing Must Pass, il segno che aveva trovato la sua piena identità musicale già molto prima di allontanarsi dai Beatles. Dichiara Harrison “È un po’ come Enrico VIII, o Hitler, o uno di quei personaggi storici sui quali si fanno sempre vedere dei documentari: il loro nome resterà scritto per sempre e senza dubbio lo sarà anche quello dei Beatles. Ma la mia vita non è cominciata con i Beatles e non è finita con loro”.

Oltre ad essere attratto fortemente da pratiche orientali di meditazione, è affascinato dalla musica di quelle terre e scopre il sitar, strumento grazie al quale costruisce una grande amicizia proprio con il suo maestro Ravi Shankar. Proprio lui informerà Harrison della situazione venutasi a creare con lo scontro tra Pakistan e India, causa di un flusso migratorio di profughi provenienti dal Pakistan Orientale, ovvero bengalesi che cercavano rifugio in India.

I bengalesi erano perseguitati perché non erano riconosciuti come popolo nonostante la vittoria elettorale del loro candidato nazionalista della Lega Awima, il motivo scatenante la guerra civile. Il conflitto, che dopo alcuni mesi portò alla formazione dello stato indipendente del Bangladesh, causa anche la morte di moltissimi appartenenti alla comunità bengalese – di cui venne tentato il genocidio da parte del Pakistan Orientale.

Proprio durante i violenti scontri a oriente, Harrison decise di organizzare un evento musicale benefico nella data del Primo di Agosto – la guerra civile sarebbe terminata solo a metà Settembre – al Madison Square Garden di New York. Per questo motivo decide di riunire amici e colleghi dal mondo del rock, da Bob Dylan a Eric Clapton, da Billy Preston all’ex beatle Ringo Starr e molti altri musicisti, incluso il suo maestro Ravi Shankar. Erano stati inizialmente invitati anche gli altri vecchi compagni di musica, Paul McCartney e John Lennon, ma sembrava troppo presto per una reunion della band scioltasi da appena un anno.

L’impegno di Harrison nell’organizzare questo grandioso concerto fu notevole e il risultato fu un successo inaspettato di pubblico e di ricavato in beneficenza per i profughi di guerra. Si tratta di un concerto diviso in due all’interno della stessa giornata, uno svoltosi alle 14 e il secondo alle 20, e si tratta del pioniere dei concerti di beneficenza, come ha anche dichiarato Bob Geldof, ideatore della celebre manifestazione benefica Live Aid. Nonostante alcuni musicisti si unirono tardivamente alle prove soundcheck del concerto, l’esibizione fu splendida e l’atmosfera venutasi a creare davvero emozionante. Tutti suonarono con tutti, il wall of sound rappresentato dalle tre chitarre elettriche, le due chitarre acustiche, le cinque coriste, i due fiati e le due batterie crearono un impatto di grande potenza musicale ed evocativa.

Il disco vinse il Grammy come miglior album nel 1973. Sull’ultima pagina del libretto del vinile campeggiava l’immagine dell’assegno di 243.418,50 dollari versato dal Madison Square Garden direttamente all’UNICEF, cifra che insieme al ricavato delle vendite dell’album arrivò a milioni di dollari – peccato che la gestione di Allen Klein, manager spesso coinvolto in scandali fiscali, causò il rallentamento dell’arrivo dei fondi e il loro misterioso deperimento. Come ricorda Harrison nella sua autobiografia “I Me Mine” (pubblicata in Italia da Rizzoli) : “Klein, beh, lui non aveva progettato la cosa correttamente; andò all’UNICEF dopo l’evento anziché andarci prima, e dopo di allora abbiamo dovuto assoldare avvocati che cercassero di risolvere le questioni con il fisco degli Stati Uniti, che ancora adesso (anche se ormai la cosa è quasi chiarita) continua a dire – Noi pensiamo che voi abbiate messo in piedi questo concerto per trarne profitti – . Il denaro raccolto è stato congelato in un conto bancario per anni e anni – una cifra fra gli otto e i dieci milioni di dollari ”.

Il disco (e il film) restano comunque pietre miliari, non solo per la qualità degli artisti coinvolti, ma anche per la lista dei brani eseguiti. Dopo la super introduzione di sitar, Bangla Dhun, a cura di Shankar, che rimasto stupito dall’applauso scaturito appena dopo l’accordatura dei delicati strumenti d’oriente – perché tutti credevano fosse un brano completo – dice spontaneamente al microfono “Se vi è piaciuta così tanto la nostra accordatura, spero che la nostra esecuzione vi piaccia molto di più! ”, la scaletta è a dir poco spaventosa: si leggono Wah Wah, My sweet Lord, It don’t come easy, While my guitar gently weeps, Jumping Jack flash, Here comes the sun, Blowing in the wind, Just like a woman, Something e altri straordinari brani.

Il film fu girato in 16mm e poi “gonfiato” a 35mm, operazione che abbassò almeno del 30% la qualità originaria dell’immagine. Dunque, per dirla tutta, il documento qualitativamente migliore del Concerto per il Bangladesh resta la registrazione audio; ma il doppio DVD ha senza dubbio buone ragioni per essere visto. Ragioni che stanno soprattutto nel secondo disco della confezione, e non solo nel lungo documentario che è ricco di spunti, informazioni e interventi (con contributi e ricordi di Harrison, oltre che un’intervista dell’epoca). Il secondo DVD contiene infatti altri brevi e interessanti documentari dedicati alla realizzazione del film, del disco e un reportage d’epoca; contiene soprattutto tre sequenze musicali non incluse nel film. Si tratta di un duetto Harrison/Dylan su “If not for you”, nel quale i due, durante le prove, cercano di andare insieme cantando il testo; poi è presente una “Come on in my kitchen” che Harrison, Clapton e Russell rivisitano durante il soundcheck; e il brano “Love minus zero/The limit” di Dylan, tratta dallo spettacolo del pomeriggio.

George Harrison ha comunque dedicato molte altre iniziative in favore di persone svantaggiate nel mondo, accrescendo la sua notorietà non solo come un ex beatle rinato ma soprattutto come promotore della musica per gli altri, concetto che solo nei decenni ha visto la realizzazione in grandi manifestazioni musicali di beneficenza. Nel tempo questo progetto umanitario è stato più e più volte elogiato, e il prodotto di questo Concerto Per il Bangladesh rimane a noi come un piacere per le orecchie e per il cuore.

Daniele Monteleone


 

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