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La Francia e le strategie geopolitiche ed economiche in Egitto

La crisi politico-diplomatica tra Italia e Egitto, come abbiamo visto, rischia di compromettere i rapporti economici tra i due stati. Dunque, l’Italia potrebbe trovare una via d’uscita all’impasse di uno scontro bilaterale con un tentativo di internazionalizzazione della crisi con il coinvolgimento degli altri partner europei. La domanda è: cosa potrà aspettarsi il governo italiano dai principali alleati europei?

Basta guardare al caso dei nostri cugini d’oltralpe, i francesi, per comprendere che le priorità sono altre e che non c’è alcuna volontà di mettere a rischio la mole di affari e investimenti che offre l’Egitto. Dopo la visita del monarca saudita Salman, anche il Presidente Hollande si è recato al Cairo per incontrare Al Sisi con al seguito una delegazione di circa 60 tra imprenditori e delegazioni di grandi imprese francesi con lo scopo di firmare una trentina di accordi e memorandum di intesa per la cooperazione nel settore delle energie rinnovabili, dei trasporti, della tecnologia, oltre che in campo militare.

Durante la visita Hollande ha parlato con il suo omologo egiziano di rispetto dei diritti umani come mezzo di lotta al terrorismo, facendo riferimento a Giulio Regeni ed Eric Lang, un cittadino francese morto in circostanze controverse in un commissariato della capitale egiziana nel 2013. Al Sisi ha risposto che “i criteri europei” sul rispetto dei diritti umani non dovrebbero essere applicati in Paesi in difficoltà come l’Egitto poiché la regione è molto turbolenta. Dichiarazioni che chiudono l’argomento. Del resto Hollande lo sa bene, «Parigi val bene una messa», e non essere troppo severi con chi viola i diritti umani garantisce ottimi affari. Ma quali? Facciamo una breve panoramica.

Gli accordi firmati il 18 aprile prevedono investimenti per la costruzione di campi eolici e fotovoltaici, la fornitura di gas per uso domestico, la costruzione di una linea della metropolitana nella capitale e l’ammodernamento e la messa in sicurezza delle baraccopoli delle periferie. Il vero piatto forte è però quello militare, con la firma di un contratto di 1,1 miliardi di dollari in armi.
Già dal 2013, ma soprattutto dal 2014, l’Egitto ha cercato di garantirsi più referenti politici e commerciali possibili, in particolare dal momento in cui gli Stati Uniti si sono tirati indietro rispetto alla questione siriana. Nel 2015, poi, il Cairo fa un accordo gigantesco con l’industria militare francese utilizzando un metodo di finanziamento particolare: i 24 aerei jet Rafale, due classi Mistral e due corvette Gowind per un valore pari a 5,2 miliardi dollari, vengono finanziati per metà dai sauditi e l’altra metà con un prestito garantito dalla cassa depositi e prestiti francese. .

Il New York Times, in un suo editoriale, ha attaccato fortemente l’Eliseo per la scelta di continuare vendere armi all’Egitto all’indomani del caso Regeni, trincerandosi «dietro un vergognoso silenzio».

Tuttavia la strategia francese va oltre la volontà di sostituirsi all’Italia come principale partner commerciale europeo e le ripercussioni di ciò non saranno solo economiche. I primi effetti per l’Italia riguarderanno la guerra in Libia.
L’Egitto ha uno storico interesse per le risorse petrolifere della Cirenaica e fornisce sostegno armato – con armi francesi pagate da Ryad- all’ex esercito nazionale, guidato dal generale gheddafiano Khalifa Haftar che avanza verso Bengasi grazie anche al sostegno segreto di forze speciali francesi. In Libia, quindi, la Francia appoggia ufficialmente il governo di unità nazionale di Tripoli, ma sostiene militarmente la fazione che vuole la separazione della Cirenaica lasciando il grosso delle milizie jihadiste in Tripolitania, ad un passo dall’Italia.

L’interventismo francese su diversi fronti va inserito nella creazione di un’intesa lungo un asse Parigi-Cairo-Riyad che permetterà ai sauditi di contenere l’influenza nella regione dell’Iran e alla Francia di ottenere vantaggi economici ricoprendo il vuoto lasciato in primis dagli Stati Uniti nel finanziamento militare e cercando di ricoprire un ruolo di primo piano nelle dinamiche politiche del Medioriente.

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