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Gli egiziani tornano in piazza

Di Antinea Pasta – Nonostante le rivolte del 2011 e il tentativo di elezioni democratiche dei Fratelli Musulmani, in Egitto, a seguito della deposizione di Mohammed Morsi nel luglio del 2013, si è nuovamente istaurata una dittatura militare guidata dal Presidente Al Sisi.

Questi, fin da subito, ha rigettato apertamente la possibilità di un governo democratico, definendo l’idea stessa di democrazia come un lusso che, in questa fase storica, l’Egitto non può permettersi. Ciò che conta è lo Stato e il suo rafforzamento interno e internazionale, per tornare a giocare un ruolo di primo piano negli equilibri regionali. Nel tentativo di emulare le gesta dell’eroe del panarabismo, Gamal Abdel Nasser, le mire egiziane, dunque, sono rivolte alla possibilità di porsi come guida del mondo mediorientale, in particolare per i paesi a maggioranza sunnita, creando, così, un asse – come vedremo non solo immaginaria- tra Egitto e la grande petromonarchia del Golfo, l’Arabia Saudita.

Partiamo da un’analisi dei rapporti con Riyad. Nel 2013 proprio l’Arabia Saudita, con a capo re Abdullah, aveva sostenuto finanziariamente il golpe militare dell’allora Ministro della difesa Al Sisi contro il governo dei Fratelli Musulmani e da quel momento non ha mai smesso di stanziare aiuti in suo favore. Il New York Times ci parla di circa 12 miliardi di dollari, una cifra estremamente cospicua rispetto all’1,5 miliardi stanziati dagli Stati Uniti e all’1,3 miliardi dell’Europa. La nuova dittatura militare aveva mostrato sin da subito la propria riconoscenza combattendo in Yemen a fianco dei sauditi contro i ribelli sciiti houti, a loro volta sostenuti dall’Iran. L’idillio però non dura a lungo, con l’insediamento di re Salman si ha una revisione delle priorità e dei rapporti con gli alleati: per il sovrano, il primo obiettivo è frenare l’avanzata dell’Iran e affrontare i problemi di sicurezza nella regione, ponendo in secondo piano la volontà di ridurre il peso dell’Islam politico dei Fratelli Musulmani, aspetto che invece per Al Sisi rimane una vera e propria ossessione. La riconciliazione dell’Arabia Saudita e degli Emirati con la Turchia, il Qatar e anche con la Fratellanza porta al conseguente disimpegno sul fronte yemenita dell’Egitto e all’avvicinamento alla Russia.

Anche le crisi siriana e libica hanno contribuito, e non poco, ad aumentare la tensione tra sauditi ed egiziani. Per quanto riguarda la Siria, Al Sisi punta ad una soluzione politica che includa Bashar Al Assad, poiché teme l’affermazione in territorio siriano dell’Isis, che ha già oltrepassato i confini egiziani creando una colonia nel Sinai e minacciandone la stabilità. Sul fronte opposto si trova l’Arabia Saudita che sostiene militarmente i ribelli che si oppongono ad Assad anche inviando, sin dal 2013, truppe alla Turchia di Erdogan anch’essa schierata contro il presidente siriano. In Libia, invece, Al Sisi punta ad un intervento militare, al contrario dei sauditi, che vorrebbero una risoluzione politica del conflitto. Nonostante il contrasto su questi e su molti altri temi, i due paesi sono destinati a rimanere alleati e l’Arabia Saudita continuerà a sostenere finanziariamente l’alleato egiziano.

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Il presidente Al Sisi accoglie il monarca saudita Salman (credit: Ali Abdetaly / Reuters, newsdaily.com)

Proprio nei giorni scorsi re Salman si è recato in visita al Cairo per discutere di progetti di sviluppo per un valore pari ai 22 miliardi di dollari. Il progetto cardine è la creazione di un ponte lungo 32 chilometri che collegherà l’Egitto all’Arabia Saudita, aprendo appunto ad un collegamento diretto tra le due principali potenze arabo-sunnite. Questo ponte avrà una grande importanza nel favorire i commerci e il turismo tra i due alleati, innanzitutto aumentando il flusso dei pellegrinaggi religiosi alla Mecca, ma ancor più importante per il Cairo, permetterà l’affluenza della ricca clientela saudita alle località turistiche del Sinai. Il presidente egiziano guarda con molto interesse a questa possibilità per incrementare il turismo, fortemente diminuito a causa del terrorismo, dell’abbattimento dell’Airbus russo lo scorso novembre e del polverone sui diritti umani sollevato dal caso Regeni.

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Le isole Tiran e Sanafir (credit: Reuters, internazionale.it)

Il prezzo a questo notevole afflusso di capitale sarà la cessione alla monarchia saudita delle isole di Tiran e Sanafir. Questi due isolotti disabitati – escludendo la presenza di una postazione militare a Tiran – rivestono una grande importanza dal punto di vista strategico, dovuta alla loro posizione che permette l’accesso al golfo di Aqaba in Giordania e rappresenta l’unico passaggio diretto di Israele sul Mar Rosso. Da sempre contese dall’Arabia Saudita e dall’Egitto, esse, fino ad oggi, sono state amministrate dal governo egiziano. Le due isole pare appartenessero all’Arabia saudita, che nel 1949 le lascio occupare all’Egitto per ostacolare i movimenti navali israeliani. Proprio il blocco dello stretto di Tiran fu all’origine dello scoppio della Guerra dei sei giorni del 1967, utilizzato come pretesto da Israele per sferrare un attacco a sorpresa all’Egitto. Alla conclusione del conflitto esse vennero occupate da Israele e a seguito degli Accordi di Camp David del 1978 vennero restituite all’Egitto, in cambio del riconoscimento dello stretto di Tiran come via di navigazione internazionale.

Questa cessione territoriale non è stata accettata di buon grado dalla popolazione egiziana, che ha protestato tornando in piazza al Cairo, ad Alessandria, a Mansoura e in altre grandi città del paese. La protesta, nata e diffusasi sul web, è stata cavalcata in maniera trasversale, sia dagli ambienti solitamente vicini al regime che alle opposizioni laiche, di sinistra e islamiste, tra questi i nazionalisti nasseriani, i Socialisti rivoluzionari, alcuni attivisti delle rivolte del 2011, i manifestanti raccolti attorno al movimento Tamarod, che nel 2013 avevano contribuito alla destituzione di Morsi, ma anche la stessa Fratellanza, al momento fuori legge. Al Cairo i contestatori si sono concentrati nei pressi di Piazza Tahrir – che era stata interdetta alla manifestazione – di fronte alla sede del sindacato dei giornalisti, al grido di “l’Egitto non è in vendita”, “ la gente vuole la caduta del regime” e invocando la verità sulla vicenda di Giulio Regeni. Ben presto però sono intervenute forze di polizia che hanno disperso il corteo con il lancio di lacrimogeni e hanno proceduto all’arresto di circa 120 persone. I manifestanti hanno promesso di tornare in piazza il prossimo 25 aprile, nel Giorno della liberazione del Sinai che ricorda il ritiro dalla penisola degli israeliani, avvenuto nel 1982.

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Gli egiziani tornano in piazza a protestare (credit: Reuters, lastampa.it)

Probabilmente Al Sisi ha sottovalutato il malcontento che questa cessione territoriale avrebbe comportato o comunque lo ha ritenuto poca cosa rispetto ai problemi economici in cui versa l’Egitto. I finanziamenti che la monarchia saudita pompa nelle casse dello stato sono fondamentali in questo momento di grande crisi per il paese. Gli scandali, l’accerchiamento internazionale, le spese militari, la perdita degli introiti di gas del Sinai e il crollo del mercato turistico hanno reso indispensabile per il Generale tornare a genuflettersi di fronte alle grandi monarchie del Golfo. Dal canto suo, l’Arabia Saudita, che di certo non fa beneficenza, sa che questi investimenti comporteranno una serie di vantaggi economici e commerciali, permetteranno una maggiore pressione sull’alleato egiziano e assicureranno l’allineamento e il rafforzamento degli equilibri regionali tra Israele – che non ha posto alcun veto nella cessione delle due isole – e Arabia Saudita, che a sua volta ha assicurato il rispetto degli accordi precedenti. Questa strana coppia che in maniera ufficiale non intrattiene rapporti, condivide una forte avversione nei confronti di un nemico comune: l’Iran.


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