Donald Trump: un’insospettabile spina nel fianco dei repubblicani nella corsa alla Casa Bianca

Tycoon del mattone, noto personaggio, grazie al reality show “The Apprentice” e, ad ora, principale candidato repubblicano a sfidare i democratici all’Election Day dell’8 Novembre 2016. Nulla di ufficiale ancora, ma se siamo qui a parlare di una tale eventualità, del tutto inaspettata all’inizio delle primarie, è giusto sostenere che, al di là dei favorevoli e dei contrari, Donald Trump abbia compiuto, e stia compiendo, qualcosa di importante.

Tra lo scetticismo di tutti e la poca considerazione dei suoi avversari, l’imprenditore newyorkese ha raccolto progressivamente successi e consensi in ogni stato americano. Certo, con percentuali mai oltre il 50%, sintomo della eccessiva frammentazione del fronte dell’Old Grand Party, ma pur sempre successi, che lo hanno portato in testa a condurre le danze a 16 appuntamenti dalla fine delle primarie, con 739 delegati contro i 502 finora ottenuti dal senatore del Texas, e beniamino del Tea Party, Ted Cruz.

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Donald Trump durante un discorso (credit: Reuters)

Ma, a sorprendere non sono tanto i numeri, che, come si vedrà, sembrano non dare merito al percorso di Trump, quanto il modo in cui egli ha intercettato e catturato l’attenzione e la fiducia dell’elettorato repubblicano. È netta, in questo senso, la consapevolezza che il tycoon abbia fin dall’inizio colto nel segno di ogni singolo americano incontrato, in un modo e nell’altro. Perchè se è vero, come emerge dai sondaggi, che gli americani con opinione negativa nei suoi confronti siano in aumento, lo è altrettanto che la schiettezza mostrata in qualsiasi dichiarazione con l’utilizzo di un linguaggio fuori dai classici canoni politici, abbiano generato una forte empatia con il mondo conservatore. In tanti gli intervistati, nel giustificare il loro supporto all’imprenditore del mattone, hanno semplicemente ripetuto “lo voto perchè vuole fare di nuovo grande il nostro paese”. Un leitmotiv populistico e ridondante, quello di riportare gli States alla grandezza mondiale perduta, che Trump ha posto al centro della sua campagna elettorale, con il ripetersi di concetti spiccioli e chiari, che sono riusciti a catturare i timori più diffusi degli americani. Su tutte, la questione degli immigrati e il terrorismo.

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Trump durante un confronto con gli altri candidati (credit: AFP)

Non importa, ovviamente per parte loro, che le proposte siano pressapochiste, di difficile attuazione e a forte connotazione razzista. Bisogna “ricostruire le forze armate più forti del mondo, perchè investire nella difesa è più economico che poi aggiustare i cocci della debolezza”[1]. Ma, anche impedire al Messico “di continuare a mandarci persone che creano un mucchio di problemi. Portano la droga. Portano la criminalità. Sono stupratori…”. E poi, soprattutto, cacciare via gli immigrati irregolari, i musulmani e ove possibile applicare la tortura contro l’Isis. Con messaggi del genere, Trump ha conquistato, fino ad ora, il favore della maggioranza bianca dell’elettorato repubblicano. In barba alla tirata d’orecchie del Papa e di chiunque, anche del suo stesso partito, lo smentisca con le statistiche dimostranti l’opposto[2], e lo critichi per le sue posizioni pericolosamente razziste. E forse è stato questo il merito del tycoon. Rispondere allo scarso credito datogli, sfruttando la derisione e gli attacchi dei media, oltre che il mancato supporto dell’Old Grand Party a suo vantaggio. Puntando al consenso della gente, ripetendo quanto gli americani volevano sentirsi dire, nel modo più semplice possibile, senza grossi giri di parole, senza fronzoli: dagli americani meno abbienti, soprattutto bianchi, disoccupati o privi di una diploma superiore, che vedono gli immigrati come un segno di debolezza del paese, a quelli più facoltosi come lui, favorevoli all’abbassamento della pressione fiscale promessa, passando per i moderati, per gli evangelici e per i cattolici più osservanti[3].

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The Boston Globe immagina sarcasticamente cosa accadrebbe se Trump fosse presidente

Senza dimenticare, chi da conservatore è rimasto deluso per la proposta politica repubblicana degli ultimi anni, che ha permesso ad Obama, loro malgrado, di conquistare la Casa Bianca e non perderla per otto anni. Sì perchè, fatto da non sottovalutare, Trump piace anche per quei motivi, che noi europei siamo soliti ricondurre alle istanze antisistema. I repubblicani e i democratici rappresentano la casta politica di Washington, e, di conseguenza, i responsabili del decadimento storico e politico degli States. Il tycoon comprende la delusione dell’elettorato conservatore non solo nei confronti del governo a tinte democratiche, ma anche verso i propri riferimenti politici. E così se Barack Obama è ritenuto un debole verso i terroristi, i repubblicani non sono salvi da critiche, vedi Jeb Bush, definito un “poveretto”, invitato a ritornare a casa e dalla sua famiglia, e il suo principale antagonista, Ted Cruz, “un burattino” mandato dal partito per rubargli la nomination[4]. E’ lo stesso Donald Trump che ne prende volutamente le distanze, da quel mondo che lo ha sempre rifiutato e non lo ha mai preso sul serio. E i risultati gli hanno dato ragione. Almeno fino ad ora.

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I vari candidati repubblicani (credit: Ansa)

Sì, perchè adesso che ci si avvia a tappe importanti come New York e Pennsylvania, la corsa dell’imprenditore newyorkese si trova ad affrontare le ultime curve con alcune nubi all’orizzonte. La frammentazione del partito repubblicano, che tanto l’aveva avvantaggiato all’inizio, sembra ricomporsi in direzione di un unico obiettivo: la contested Convention. Difficile, infatti, che Ted Cruz, così come l’altro candidato rimasto in corsa, il governatore dell’Ohio, John Kasih possano impedire la vittoria numerica di Trump, forte del vantaggio di oltre 200 delegati. Più facile, invece, che quest’ultimi possano limitarne la portata, in modo che l’imprenditore newyorkese non arrivi alla Convention di Cleveland di Luglio con una maggioranza assoluta, con quei 1237 delegati che rappresenterebbero la pietra miliare per la nomination ufficiale alla corsa alla Casa Bianca. E allora, bruciate le candidatura di Rubio, di Kasich e di Cruz, adesso l’ultima opportunità rimasta per il partito repubblicano per sparazzarsi di Trump, sembra essere quella di un Convention senza vincitori, così da avviare le negoziazioni tra i delegati per individuare l’avversario di Hillary Clinton, sicuramente più temuta, o di Bernie Sanders.

Scenario quantomai possibile, specialmente dopo che la netta vittoria di Cruz nel Wisconsin ha complicato i piani del tycoon, costretto adesso ad ottenere percentuali, mai raggiunte finora, per ottenere i delegati necessari. Ma, chi pensa ad Trump rassegnato o preoccupato, rimarrà deluso. Notizia di qualche giorno fa è la dichiarazione dello stesso, nella quale ha rilanciato, a prescindere dall’andamento delle primarie, la candidatura da indipendente, con conseguente stralcio del documento firmato a suo tempo che lo vietava. Parole di circostanza forse, secondo molti, ma con Trump non c’è da starne certi.

Mario Montalbano

 

1   Cfr., P.Mastrolilli, “Stiamo con Trump, solo lui farà grande l’America.”, in http://www.lastampa.it del 12/01/2016;

2   Cfr., E.Osnos (The New Yorker), “Bianchi, spaventati e razzisti, dall’ “Internazionale” del 13 Novembre 2015;

3   Cfr., G.Zornick (The Nation), “Donald Trump sembra inarrestabile” dell’ “Internazionale” del 4 Marzo 2016;

4   Cfr., “Trump attacca, Cruz è un burattino”, da http://www.ansa.it del 6 Aprile 2016;


 

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