Il “caso Marò” fra diritto e presunzioni

Ultimamente si è tornati a parlare del caso Marò, la controversia in atto tra Italia ed India riguardante la detenzione dei due fucilieri della Marina Militare, accusati dal governo di New Delhi di aver ucciso due pescatori davanti alle coste del Kerala.

Pur essendo avvenuto in acque internazionali (e quindi, in base alla convenzione UNCLOS, prevale il diritto della bandiera battente del natante), la petroliera Enrica Lexie fu fatta rientrare nelle acque territoriali indiane per poter procedere all’arresto dei due soggetti.

A distanza di anni, dopo lunghi bracci di ferro tra le autorità dei due Paesi, si è scelta la via dell’arbitrato poiché le richieste di entrambi non si conciliavano: è qui che ancora oggi non si riesce a trovare la quadra.

Infatti, pur essendo l’arbitrato la chiave di risoluzione della controversia, c’è da risolvere il problema relativo alla detenzione del fuciliere Salvatore Girone, fermo ancora oggi presso la nostra ambasciata in India. La richiesta italiana è quella di autorizzare il rientro di Girone in Italia in attesa del pronunciamento della corte dell’Aia. La risposta indiana è stata chiara: “la richiesta italiana di far rientrare il sergente Girone in patria è inammissibile, poiché sussiste il rischio che, in caso di riconoscimento della giurisdizione indiana del procedimento, il fuciliere non tornerebbe in India”. C’è quindi un evidente caso di mercificazione della persona, riscontrabile nel fatto che l’India, pur potendo concedere la detenzione in Italia di Girone (Massimiliano Latorre è in Italia per curarsi da un ictus), non vuole concederla poiché lo stesso fuciliere fungerebbe da “garanzia”, quasi a sottolineare la scarsa fiducia riposta nei nostri agenti diplomatici.

E’ evidente che tutto ciò sia di una gravità inaudita, se pensiamo che l’India, in tempi non sospetti, minacciò di far saltare le commesse Finmeccanica (stimate in oltre 20mld di Euro) per l’acquisto di cacciabombardieri, se l’allora ministro Giulio Terzi, insieme al suo sottosegretario Staffan de Mistura avessero trattenuto i due fucilieri in patria per esercitare il diritto al voto (febbraio 2013).

Bisognerebbe iniziare a chiedersi se la diplomazia abbia ancora quel potere di placare e di dirimere le controversie oppure se il vero strumento di arbitrato è insito e celato negli accordi economici.

Giuseppe Sollami


 

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