Macedonia, polveriera dei balcani

Gevgelija è l’ultimo centro abitato della Repubblica Macedone prima del confine greco. E’ una cittadina piccola che conta poco più di ventimila abitanti, tutti distribuiti tra le tipiche casette basse dei paesi dell’est Europa e qualche grigio e cupo casermone di socialista memoria. La piccola stazione di confine, con quel suo giallo ocra sbiadito e cotto dal sole, probabilmente è l’unica a dar colore a quella distesa di grigio e cemento.

Arrivai li su di un fetido e vetusto treno delle ferrovie serbe verso le nove del mattino. Un gruppo di guardie di confine salì sui vagoni, chiesero i passaporti ed eventuali effetti da dichiarare, ma questi ultimi con poco interesse. Entravano negli scompartimenti anche – e soprattutto – per cercare migranti. Era il luglio del 2015, qualche settimana prima che il governo macedone dichiarasse lo stato di emergenza per l’esodo biblico che di lì a poco si sarebbe riversato su tutta la penisola Balcanica, ma agli occhi di tutti era chiaro che quello non era neanche il preludio di ciò che sarebbe accaduto dopo. La piccola stazione di Gevgelija si riempì in un lampo, di centinaia, e centinaia e centinaia di uomini, donne e bambini che da settimane avevano intrapreso il viaggio più importante della loro esistenza. Siriani, iracheni, bengalesi, afgani tutti in fila sotto il sole cocente ad attendere, a sperare, a pregare che la polizia macedone gli lasciasse proseguire quella marcia verso la vita. Il treno ripartì dopo un po’ e tra le tante riflessioni che subito risalirono la mia mente, mi resi conto di come la Macedonia debba fare i conti non solo con la questione delle migrazioni, ma in particolare con la grave e pericolosa crisi etnico-politica in cui si ritrova.

Dichiaratasi indipendente dalla Iugoslavia nel 1991, è stata una delle poche realtà ex socialiste ad avere un decorso pacifico post-indipendenza. Oltre la grave crisi finanziaria, a partire dalla sua nascita, la Macedonia ha dovuto affrontare non solo l’elevato livello di criminalità e di disoccupazione, ma anche la moltitudine diversa di etnie e lingue presenti nel suo territorio, oltre la disputa a carattere internazionale con la confinante Grecia, che ha da sempre criticato la scelta di chiamarsi come la sua omonima regione – al punto di ufficializzare il nome in Former Yugoslavian Republic Of Macedonia – di adottare il Sole di Verghino come simbolo nazionale e di affibbiarsi la paternità storico-geografica dell’impero macedone, di cui la ricchezza archeologica presente al Museo Nazionale di Skopje ne è la prova.

Anche se le gravi vicende che hanno coinvolto gli altri paesi della penisola, dalla guerra in Bosnia a quella del Kosovo, dall’Anarchia Albanese del ’97 agli omicidi di massa dei musulmani, la piccola repubblica macedone non è mai stata coinvolta in episodi di tale entità, grazie anche alla missione di peacekeeping UNPREDEP , nata con lo scopo di prevenire possibili destabilizzazioni del territorio e terminata nel 1999. Tuttavia le forti disuguaglianze etniche del paese – i macedoni sono il 64 % della popolazione seguita dagli albanesi (24 %) stabiliti nel nord e nell’ovest del paese – hanno portato ad un violento scontro inter-etnico tra il marzo ed il giugno del 2001 terminato con una resa e il breve intervento di un contingente NATO per il disarmo delle parti.

Questi scontri tra macedoni ed albanesi avvengono soprattutto nel nordovest del paese. Le città come Kumanovo o Ohrid sono interessate con cadenza irregolari da gravi episodi di violenza.

Lo stesso bazar di Skopje, il più grande dopo quello di Istanbul, è il campo di confronto tra le due parti. Lo si percepisce nell’aria, lo si capisce dai gesti e lo si traduce dagli sguardi infiammati che i mercanti ed i proprietari dei ristoranti si scambiano nel tentativo di convincere i turisti ad andare in uno o nell’altro negozio; lo si vede perfettamente dalle bandierine esposte nelle vetrine: il sole di Verghino macedone o l’aquila nera a due teste albanese.

La politica interna al paese non è mai stata in grado di contrastare questi malumori. Oltre ad essere posizionato dall’organizzazione Transparency International al 66° posto per livelli di corruzione – uno tra i più alti nel continente europeo – in seguito agli episodi di violenza scoppiati tra aprile e maggio 2015 infatti, il presidente della repubblica Gjorge Ivanov ha destituito Nikola Gruevski, primo ministro dall’agosto 2006 e già leader dal 2003 del VMRO-DPMNE, il maggiore partito del paese, sostituendolo con un governo tecnico ed istituendo le elezioni parlamentari per il prossimo 5 giugno.

Che queste elezioni siano la volta buona per il raggiungimento della tanto agognata stabilità politica ed etnica è molto difficile a dirsi. La sua posizione geografica, al centro nella via dei migranti, le forti differenze sociali ed etniche e la grave instabilità politica rendono sempre di più una polveriera la cosiddetta “perla dei Balcani”, lì dove inizia e finisce il sogno europeo.

Emanuele Pipitone


 

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