L’accordo tra Turchia e Ue per i migranti: lontano dagli occhi, lontano dal cuore

Il 15 Ottobre 2015, nell’ennesimo consiglio europeo in materia di immigrazione, si decideva di gestire l’emergenza migranti partendo dalle frontiere con la collaborazione dei paesi di partenza e di transito, abbandonando di fatto le misure per una “gestione interna” che erano state per molti mesi oggetto di dibattito tra i leader europei. La Turchia ha assunto un ruolo chiave in quest’ottica poiché dalle sue coste è partito circa il 75% dei migranti giunti in Europa nel 2015 (ISPI).

Il piano di azione comune attivato il 29 Novembre è stato ufficialmente riconfermato dalla Turchia e dall’Unione Europea il 18 Marzo 2016, con l’impegno di farlo entrare in atto nella data del 20 Marzo. Il piano coinvolge diversi aspetti, da quelli più strettamente pratici a quelli di più ampia portata comunitaria. I Ventotto del consiglio europeo hanno accettato di destinare una prima rata di 3 miliardi di euro – cifra che era inizialmente ipotizzata per un totale di 3,4 miliardi, e già superiore alle prime stime calcolate – ad Ankara per la gestione dei campi profughi, per il rafforzamento dei controlli alle frontiere, per l’accoglienza delle riammissioni e per incrementare la lotta contro i trafficanti. Si tratta di una prima tranche seguita dai restanti 3 miliardi – questi richiesti direttamente dal governo turco – che verranno successivamente erogati, per un totale di 6 miliardi di euro.

(fonte European Union)
Da sinistra: L’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, il Primo Ministro del Lussemburgo Xavier Bettel, il Presidente del Consiglio Ue Donald Tusk e il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz. (credit: The European Union)

Altro aspetto del piano è l’operatività delle Rapid Border Intervention Teams, delle squadre di intervento che agiscono per un periodo di tempo limitato e in casi di emergenza, che saranno impiegate per rafforzare l’azione dell’agenzia europea Frontex nel controllo dei confini esterni dell’Unione. Un tassello importante che risponde al progetto richiesto da molti Paesi Membri di creare una “Guardia Costiera Europea”, nonostante i timori più volte espressi nei confronti dell’ingresso di agenzie private nella gestione di fenomeni importanti come questo.

Come si legge nel testo dell’accordo “Sono già stati compiuti molti progressi, tra cui l’apertura, da parte della Turchia, del mercato del lavoro ai siriani oggetto di protezione temporanea, l’introduzione di un nuovo obbligo in materia di visti per i siriani e i cittadini di altri paesi, l’intensificazione degli sforzi in materia di sicurezza da parte della polizia e della guardia costiera turche e un potenziamento della condivisione delle informazioni”.

Nelle convulse settimane precedenti all’accordo, gloriose affermazioni difendevano la libertà di stampa, tra appelli a una “adeguata democrazia” – viste le ultime vicende riguardanti importanti testate giornalistiche commissariate dal presidente turco – e ultimatum alla Turchia in una lotta all’ultima firma. Libertà di stampa. Altrimenti non firmiamo. Risultato ottenuto: il problema è stato delegato alla modica cifra di 6 miliardi di euro in cambio di una formale accelerazione dell’ingresso turco nell’Ue. Oltre all’inserimento della Turchia nella lista dei paesi sicuri (cioè quei paesi in cui è possibile rimpatriare i richiedenti asilo che abbiano i requisiti per ottenerlo) e il via alla liberalizzazione dei visti ai cittadini turchi, l’evoluzione consiste nella sostanziale riapertura delle pluridecennali trattative di adesione della Turchia all’Unione Europea.

A conti fatti, gli ultimatum europei non sono stati così credibili, e sono parsi come il disperato bisogno di scaricare un grosso peso a “uno stato tutto sommato passabile”.

Una delle condizioni chieste dal premier turco Davutoglu per una gestione comune del flusso di migranti è che, per ogni siriano riportato in Turchia dalla Grecia – che non risponde alla qualità di profugo, l’Ue si impegni ad accogliere un altro rifugiato siriano proveniente dai campi profughi turchi, ma con un tetto massimo raggiungibile di settantaduemila siriani nel territorio dell’Unione. Un modo per disincentivare le pericolose traversate verso le isole greche, ma anche un elemento che determina la riuscita o meno dell’accordo in quanto si misurerà l’effettiva diminuzione dei flussi migratori. Anche Erdoğan, il presidente turco, sembra avere le idee chiare sulle trattative ed è durante i negoziati che esterna la sua posizione – immancabile, come sempre – e una dichiarazione fra tutte recita “Bruxelles tiene i rifugiati in condizioni vergognose. Non dica a noi cosa fare”.

(fonte AFP blog)
Immigrati in coda al campo di Moria, isola di Lesbo (credit: Afp – agence france press)

Parte la procedura per cui i migranti irregolari, ovvero privi di visto regolare – praticamente tutti – arrivando in Grecia dalla Turchia, saranno rispediti al mittente. Prima però verranno schedati e le loro richieste di asilo verranno prese in carico da funzionari dell’Ue, anche se si intravedono i limiti di tali operazioni. Si legge nel primo articolo dell’accordo che “I migranti che giungeranno sulle isole greche saranno debitamente registrati e qualsiasi domanda d’asilo sarà trattata individualmente dalle autorità greche conformemente alla direttiva sulle procedure d’asilo, senza procedere con espulsioni collettive, in cooperazione con l’UNHCR”.

Peccato che il 23 Marzo UNHCR e Medici Senza Frontiere abbiano congiuntamente abbandonato il campo di accoglienza a Lesbo denunciandolo come “la Guantanamo Europea” poiché, a seguito dell’accordo Ue – Turchia, la struttura ha subito una trasformazione che non ha lasciato indifferenti le due organizzazioni umanitarie: rifugiati chiusi a chiave nelle baracche, privati dei telefonini, impossibilitati a muoversi all’interno dell’area. Agli immigrati sono state tolte cinture e stringhe, possibili strumenti di autolesionismo, e i numerosi volontari sono stati espulsi dal centro da quando l’esercito ha preso in consegna la struttura. Il coordinatore del lavoro di Medici Senza Frontiere a Moria, nell’isola di Lesbo, Michele Telaro, ha dichiarato “Non saremo complici di questa crudeltà. Dietro queste reti metalliche non c’è né chiarezza né legalità. E’ una decisione difficile, ma noi da oggi smettiamo di operare qui dentro e cancelleremo pure il servizio di bus che trasportava fino al centro i migranti sbarcati nella parte nord dell’isolaL’indignazione sale perché non sono state attivate misure per assicurare una capillare ed efficiente informazione e ora che tutto è cambiato con l’arrivo delle conseguenze degli accordi, con Macedonia, Austria, Slovenia e Ungheria ad alzare i muri, tanta è la confusione e più lontana è la possibilità per i migranti di arrivare a successive destinazioni europee. I migranti sono spaventati – dice Telaro – La Ue ha fatto un accordo ma loro non sanno cosa prevede. E noi nemmeno. I siriani avranno diritto a fare richiesta d’asilo dalla Grecia o saranno respinti in Turchia? Che fine faranno i migranti economici? Saranno rispediti indietro? Come? Non c’è nessuna istruzione, nemmeno un foglietto di quattro righe con l’Abc – continua il rappresentante di Medici Senza Frontiere – Io non sono un giurista ma la legge Ue mi pare chiara. Chi fa richiesta d’asilo nella Ue ha diritto di vederla esaminata qui con tutti i crismi della legalità. I respingimenti verso Ankara per chi scappa dalla guerra sono inammissibili” La Grecia aspetta dall’Unione Europea i legali, i traduttori e i mediatori culturali necessari per avviare nel campo di Moria il servizio di esame delle richieste d’asilo. Ma per ora è il caos.

(autore) Driss Jabo
Vignetta di Dress Jabo

Nel dimenticatoio finisce l’altro punto – un tempo – centrale nella questione immigrazione nell’Unione Europea: il meccanismo di redistribuzione permanente dei rifugiati. Il progetto proposto dalla Commissione è stato sostanzialmente bloccato a causa dell’opposizione dei paesi Visegrad (Polonia, Repubblica Cieca, Slovacchia e Ungheria) che ha di fatto impedito di menzionarlo esplicitamente nelle conclusioni del testo dell’accordo Ue – Turchia. L’intesa firmata tra Ankara e Bruxelles vuole porre fine alle pericolose dinamiche del fenomeno migratorio, offrendo ai migranti un’alternativa al mettere a rischio la propria vita. L’intenzione è encomiabile, ma l’alternativa proposta dall’Ue non è altrettanto rosea poiché si riduce a un’unica opzione: restare in Turchia.

Daniele Monteleone


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