L’Iran dopo le elezioni: l’ipotetica apertura alle riforme di un paese fortemente autoritario

Le elezioni del 26 Febbraio 2016 ci consegnano un risultato forse determinante per le sorti economiche e politiche della Repubblica Islamica dell’Iran, e, volendo, per gli scenari anche del Medio Oriente. I dati elettorali, pur restando ancora da assegnare una decina di seggi con il ballottaggio di Aprile, sembrano dar ragione al fronte dei moderati e dei riformisti del presidente uscente Hassan Rouhani, e dell’altro ex presidente, dal 1989 al 1997, Akbar Hashemi Rafsajani.

In particolare, nel distretto di Teheran, i numeri appaiono abbastanza consistenti per dar sostanza a quanto detto prima. I moderati e i riformisti hanno ottenuto tutti e 30 seggi per il Parlamento, Majles, e 15 dei 16 per l’Assemblea degli esperti (mujtahids). Un successo netto, quindi, quello nella capitale, attenuato dai risultati, provenienti dagli altri distretti iraniani, specie nel sud e nell’est, dove, appunto, i conservatori e gli ultraconservatori sono riusciti a raggiungere percentuali certamente migliori, ma non tali da cambiare l’immagine stessa dell’esito elettorale. Infatti, ci si può esporre col dire, confortati dai numeri, che il fronte dei moderati e dei riformisti esca comunque rinforzato dalla contesa, vedendo incrementati rispetto alle precedenti tornate, i propri consensi, e conquistando più seggi degli avversari conservatori.

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Il presidente iraniano Hassan Rouhani a Parigi, il 27 gennaio 2016 (Eric Feferberg/Afp)
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Akbar Hashemi Rafsanjani (Raheb Homavandi, Reuters)

È una vittoria soprattutto per il presidente uscente Hassan Rouhani, il quale, prospettivamente per il secondo mandato, potrà usufruire di un parlamento molto più collaborativo rispetto al recente passato, utile per proseguire verso quella serie di riforme, specie economiche ma non solo, promesse già durante la prima campagna elettorale, e che parte della società civile sembra chiedere a gran voceRouhani è riuscito a raccogliere il massimo dagli sforzi intrapresi per risollevare le sorti economiche del paese. Sforzi, che a dir il vero, finiscono con l’identificarsi unicamente con il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sul nucleare, raggiunto con i “5+1”, ossia i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina) con l’aggiunta della Germania, in quel di Vienna il 14 Luglio del 2015, e che ha trovato definitiva strada libera con il benestare dell’International Atomic Energy Agency (Iaea) alla rimozione progressiva delle pesanti sanzioni internazionali. Un fatto, al netto delle luci e delle ombre presenti nell’accordo, “storico” nel senso letterale del termine. Perché se da una parte, esso finisce per mettere una pezza, (neanche lontanamente risolutiva che sia chiaro!!!) nei rapporti tesi, fin dal 1979, tra Teheran e Washington, dall’altra permette all’economia iraniana di respirare, dopo anni di dure restrizioni, e aprendole di fatto le porte a nuove prospettive di sviluppo, prima di allora inimmaginabili.

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La conferenza finale del vertice tra il gruppo dei 5+1 e l’Iran a Vienna (Leonhard Foeger, Reuters)

“Ora Teheran è pronta a cambiare”, questo è stato il monito proveniente dagli Stati Uniti, e in generale dal mondo occidentale. Sotto diversi punti di vista, in effetti, l’auspicio di una progressiva liberalizzazione dell’economia appare un obiettivo, adesso quantomeno più raggiungibile, grazie appunto ai benefici generati dall’eliminazione delle sanzioni internazionali. E in tal senso, sarà compito di Hassan Rouhani approfittare del “clima nuovo”, come annunciato da lui stesso via Twitter dopo le elezioni, per procedere in questa direzione con ulteriori riforme strutturali, che siano in grado di attirare i consistenti (così si preannunciano) investimenti stranieri, e che già lo stesso piano quinquennale presentato dal suo governo in Gennaio, aveva messo in preventivo. Su due piedi, l’Iran potrebbe farcela, avendo tutto da guadagnare, potendo superare anche le eventuali opposizioni conservatrici, che sicuramente ci saranno.

Dubbi, invece, permangono su un’altra prospettiva, auspicata dal mondo occidentale, e in particolare dagli Stati Uniti, subito dopo l’accordo storico sul nucleare e il successo elettorale di Rouhani, ossia quello di un cambiamento radicale del paese, specie a livello societario. Un rinnovamento complesso però, date le profonde contraddizioni emergenti dalla società iraniana, soprattutto in tema di libertà individuali, e che difficilmente lasciano pensare ad una metamorfosi immediata e concreta. Fatti che sono venuti a galla anche durante la recente campagna elettorale, con il veto posto dal Consiglio dei Guardiani alla candidatura del 90% dei riformisti. Evidenza di una censura, purtroppo ben presente e nota a più livelli nella società iraniana, identificativa di un certo controllo imposto dal regime, e strettamente applicato da giornali e tv. Dato ben visibile, d’altronde, anche tra le strade di Teheran. Lasci pensare al fatto che, alcun spazio elettorale, persino in fotografia, è stato concesso a Khatami, primo presidente riformista della storia rivoluzionaria della Repubblica Islamica dell’Iran. Senza dimenticare, che allo stato attuale, i due leader riformisti Mousavi e Karroubi sono tenuti ancora agli arresti (e sul quale, anche Rouhani, tendenzialmente non si esprime).

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Due donne iraniane davanti ad un poster che mostra Ruhollah Khomeini e Ali Khomeini (Ahmed Saad, Reuters)

Immagine di un sistema politico, caratterizzato da correnti piuttosto che da veri e propri partiti, e che vede i candidati passare, spesso e volentieri e in maniera assai volubile, da una parte all’altra(con conseguenti alleanze fragili e precarie tra personaggi di spicco). E dove è saldamente basilare il fattore religioso, si pensi come, ad eccezione di pochi seggi concessi alle varie minoranze, l’essere musulmano rappresenti una prerogativa ineludibile alla candidatura, così come bisogna ricordare che l’Assemblea degli esperti è composta esclusivamente dai mujtahids, teologi dell’Islam. Stiamo parlando di una struttura dittatoriale e verticistica, al cui punto più alto troviamo l’ayattolah, la Guida Suprema, Ali Khameini. Figura determinante più di qualsiasi ministro e presidente, che custodisce i principi basilari della Rivoluzione islamica del 1979, su cui si poggia l’intera Repubblica iraniana.

Eredità quella rivoluzionaria, che rimane forte e incontestabile tra gli iraniani, anche tra chi in patria continua a spingere per un eventuale rinnovamento. E dal quale, al di là di qualsiasi segnale d’apertura intercorso recentemente tra Rouhani e Obama, deriva quell’antiamericanismo, ancora abbastanza resistente nella società. Fatto normale, dopo anni di contrapposizione e tensione ideologica e politica tra i due paesi. Per questo, né l’accordo sul nucleare e né la presumibile vittoria del fronte moderato-riformista hanno scalfito la convinzione di chi ha storto e continua a storcere il naso di fronte alle ottimistiche prospettive di un radicale cambiamento della Repubblica Islamica dell’Iran. Tanto da parte dell’opinione pubblica internazionale, quanto nazionale, specie quella costretta all’esilio, rimane una profonda freddezza sul tema. “Chi chiama quelle iraniane elezioni ha bisogno di un dottore”, questo è il laconico commento del blogger, Potkin Azarmehr, fuggito dall’Iran all’indomani della rivoluzione khomeinista. Testimonianza di uno scetticismo, forse sconfortante, ma che ha delle basi solide a cui appigliarsi, e che di conseguenza rendono difficile una risposta quantomeno immediata al dilemma altalenante, che incuriosisce la maggioranza del panorama internazionale: “ma adesso l’Iran cambierà o non cambierà?”. 

Mario Montalbano

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