Primarie presidenziali Usa: dinamiche e stato di avanzamento della competizione

Ogni quattro anni, al termine del mandato presidenziale, si tengono le elezioni del Presidente degli Stati Uniti che, secondo canoni fortemente peculiari, occupano un arco di tempo molto ampio, ponendosi in netto contrasto con le logiche prevalenti in numerosi stati europei e non solo.

Per tali ragioni, un’analisi sulle primarie statunitensi non può prescindere tanto dai fattori procedurali quanto da altri di natura più tradizionalista volti a mostrare un’accesa competizione elettorale, sforando talvolta dei limiti moralmente accettabili con accuse e umiliazioni reciproche. Si presentano, altresì, tentativi volti alla spettacolarizzazione, in cui “politically correct” stenta ad affermarsi.

Ancor prima di addentrarci nell’analisi relativa ai candidati avanzati rispettivamente dal partito democratico e repubblicano, potrebbe risultare utile chiarire il funzionamento del sistema elettorale statunitense, basato su procedure complesse, talvolta in grado di renderne difficile la comprensione.

Dal primo di febbraio al sette di giugno si tengono sia le primarie che i caucuses, rispettivamente i primi nella maggior parte degli stati e i secondi in un numero molto più ristretto, più precisamente in stati a bassa densità abitativa in cui il coordinamento e il raggiungimento di un accordo risulta molto più semplice. L’elezione del Presidente degli Stati Unti d’America avviene secondo un metodo indiretto, in base al quale i voti provenienti dalle urne o conteggiati nei caucuses non vanno direttamente ai candidati in corsa alla Casa Bianca ma ai delegati, un gruppo di intermediari costituito da responsabili locali dei due partiti.

Al termine delle primarie, i delegati eletti per ciascun candidato in ciascuno stato si riuniscono alla Convention nazionale. Quella repubblicana si terrà dal 18 al 21 luglio alla Quicken Loans Arena di Cleveland, in Ohio, mentre quella democratica dal 25 al 28 luglio al Wells Fargo Center in Pennsylvania, durante le quali i delegati eletti durante le primarie conferiscono ufficialmente la nomina, la cosiddetta “nomination”, ai candidati vincenti di ciascun partito, quello democratico e quello repubblicano, che abbiano ottenuto la maggioranza dei delegati. Tuttavia occorre precisare che, in aggiunta ai delegati sopracitati, vi è un altro gruppo, i cosiddetti “superdelegates”, che costituiscono buona parte dei delegati incaricati di conferire la nomination alla Convention nazionale.

Chi sono i superdelegates? Questi rappresentano le più alte cariche dei partiti, ad esempio ex-deputati ed ex-governatori, le cui decisioni di voto risultano essere indipendenti dalle preferenze dei votanti espresse nel corso delle primarie. Per tali ragioni, essendo titolari di un ampio potere decisionale data la forte influenza alla Convention, possono forzare il conferimento della nomination verso un candidato piuttosto che un altro, alimentando ancora una volta il dibattito sul deficit democratico del sistema elettorale statunitense. Volgendo lo sguardo al dato concreto, la nomination democratica potrà essere conferita al candidato che abbia ottenuto 2.383 delegati sui 4764 complessivi, nonché la metà più uno, mentre quella repubblicana al candidato che ne abbia raggiunti 1.237 sui 2.472 complessivi.  

La seconda fase delle elezioni si tiene nel mese di Novembre, più precisamente e per fattori di ordine storico il martedì successivo al primo lunedì dello stesso (tra il 2 e l’8 del mese), il cosiddetto “Election day”, durante il quale gli elettori si recano alle urne. Sebbene si dica che il Presidente sia direttamente eletto dal popolo, il voto ufficiale spetta ad un collegio elettorale composto dai “Grandi Elettori” afferenti ai candidati dei diversi partiti i quali, il lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre, esprimeranno il nome del candidato mediante scrutinio segreto nelle capitali dei rispettivi stati, rispettando le preferenze e gli orientamenti espressi dai cittadini durante l’election day.

Il collegio elettorale dispone di 538 Grandi Elettori, un numero pari alla somma dei senatori (100, due per ogni stato), dei deputati (435, assegnati ai singoli stati in proporzione al numero di abitanti) e dei tre rappresentanti del distretto di Columbia, tutti assegnati secondo il metodo “winner-take-all”.

Vincerà il candidato che otterrà il voto di 270 Grandi Elettori, il cui insediamento sarà previsto in data 20 gennaio.

Lo stato della competizione: Entrando nel merito della competizione emerge che, se dal versante democratico questa sembra avere un ritmo normale e moralmente accettabile, da quello repubblicano emerge un grande margine di incertezza e di perplessità legato tanto all’elevato numero di candidati in corsa alla Casa Bianca quanto al sempre più quotato miliardario estremista, Donal Trump, intento a condurre una campagna elettorale provocatoria sia sul piano interno sia su quello esterno. Se dai sondaggi precedenti si evinceva uno scenario ancora tutto da determinare in particolar modo sul fronte repubblicano, i risultati elettorali del “mini super-Tuesday” del 15 marzo rafforzano l’ipotesi di una competizione che sembra essersi ridotta esclusivamente a due candidati. Donald Trump per i repubblicani e Hillary Clinton per il fronte democratico, ipotesi tra l’altro rafforzata dal sostegno già ufficializzato dei 467 superdelegati alla candidatura della ex First Lady contro i 26 pro Sanders e dalla ritirata compiuta da Marco Rubio in seguito alla sconfitta nello stato della Florida, avvantaggiando ancora una volta il tycoon newyorkese con 99 delegati e una percentuale di 45.8%.

Per il partito democratico? In seguito alla marcia indietro compiuta da Michael Bloomberg, intenzionato a presentarsi come indipendente, sul versante democratico la competizione consiste in un testa a testa, a tratti quasi in parità o con un leggero scarto percentuale nei sondaggi, tra Hillary Clinton e Bernie Sanders. La prima, forte della pregressa esperienza da First Lady/senatrice prima e da Segretario di Stato durante il governo Obama, pare abbia conquistato buona parte della credibilità non tanto per la sua persona, talvolta fortemente contestata, quanto per il bagaglio di esperienza sia in politica estera sia in ambito interno, potendo contare su gran parte dell’elettorato femminile e facendo breccia negli stati del sud abitati prevalentemente dagli Afroamericani. E’ proprio negli Stati del Sud, quali la Louisiana, il Mississippi, l’Alabama, il Tennessee, che la Clinton ha determinato la disfatta di Sanders, conquistando perfino la Georgia e il Texas che, in virtù dell’alta densità abitativa, dispongono di un elevato numero di delegati, riuscendo in ultima analisi a contenere l’effetto negativo delle primarie negli stati del nord a favore di Sanders. Più precisamente nel primo ha conquistato 72 delegati sui 28 di Sanders, mentre nel secondo 147 sui 74 di Sanders con una percentuale del 65.2%.

Bernie Sanders, senatore dello stato del Vermont, risulta essere, contrariamente alla Clinton, considerata troppo vicina agli ambienti di Wall Street, molto quotato tra i giovani, vincendo negli stati centrali, quali Colorado, Nebraska, Kansas e in quelli del nord-est, tra i quali il Maine e il New Hampshire, vicino al suo originario Vermont in cui ha sconfitto la Clinton con una percentuale di 86,1% contro il 13,6%, conquistando 16 delegati.

Allo stato attuale, i sondaggi riportano un numero di delegati pari a 1806 (superdelegates inclusi) per Clinton e 851 per Sanders, attestandosi ad un livello di 17 stati per la prima contro i 9 del secondo. Tendenza, altresì, confermata dalla standing ovation della Clinton nel secondo mini super-Tuesday del 15 marzo che le ha permesso di conquistare 5/5, eccezion fatta per il testa a testa con lo sfidante nello stato del Missouri (46.6% contro 49.4%), in cui l’irrisorio scarto percentuale sembra prolungare i tempi della campagna elettorale, sebbene il sistema strutturalmente avvantaggi la Clinton. Entrambi, essendosi spesi in passato per una maggiore eguaglianza tra i cittadini, presentano un programma improntato ad un maggiore rispetto dei diritti delle donne e giustizia sociale riducendo l’uso delle armi, all’assistenza sanitaria per tutti i ceti e alla riduzione delle tasse scolastiche e universitarie, supportando quelle originariamente nere, assicurando inoltre una completa eguaglianza delle coppie gay, lesbian, transgender e bisexual.

Per il partito repubblicano? Se nel partito democratico nessuno sembra più dubitare sul conferimento della nomination alla ex First Lady, sul fronte repubblicano, contrariamente alle aspettative dello stesso partito, sembra ormai inarrestabile l’ascesa del magnate americano, Donald Trump, facendo trapelare un eventuale spaccatura del partito. Improntato ai principi del nazionalismo e della retorica anti-immigrati ha fatto terra bruciata nei confronti dei suoi sfidanti, sbarrando la strada verso Washington. In seguito alla ritirata di Marco Rubio, a sfidarlo vi è Ted Cruz, senatore dello stato del Texas dove ha conquistato 104 delegati a fronte dei 48 di Donald Trump, e John Kasich, repubblicano moderato già governatore dello stato dell’Ohio in cui ha conquistato tutti i 66 delegati con una percentuale del 46.8%.

In seguito agli ottimi risultati del super-Tuesday del 15 marzo che hanno piazzato Donald Trump al primo posto con una vittoria in 4/5 stati, fermo restando il testa a testa nel North carolina con Ted Cruz, il magnate americano presenta 673 delegati sui 1.237 necessari ad ottenere la nomination alla convention nazionale, riportando una vittoria in 18 stati. Ted Cruz, invece, ha ottenuto 411 delegati riportando una vittoria in 8 stati, tra cui Texas, Kansas, Idaho e Oklahoma. Infine vi è John Kasich che, con 143 delegati, è riuscito a trionfare nello stato dell’Ohio, di cui era già governatore, ottenendo tutti i 66 delegati disponibili. Anche nel caso dei repubblicani è possibile rintracciare una comunanza di intenti elettorali, ponendo particolare enfasi sul secondo emendamento relativo al diritti alla sicurezza avanzando la libera vendita delle armi acuita in seguito agli attacchi terroristici di matrice islamica in territorio statunitense, il ripristino dei confini ponendo fine all’immigrazione clandestina al fine di proteggere i diritti dei lavoratori americani, il ripristino delle forze militari statunitensi e la tutela della famiglia tradizionale.

Per maggiori approfondimenti si rimanda ai successivi articoli in attesa delle prossime primarie.  

Filippo Vitale


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